Una come te

Hai una capacità incredibile di contrastare l’ingiustizia. Una specie di piglio che non ti abbandona fino a quando non dimostri, rimanendo senza fiato, il torto che hai subito. Il fatto è che qualche volta questi torti non sono affatto torti ma semplici situazioni nelle quali ti trovi e credi di subire. Storie attraverso le quali ti contrapponi agli altri e ritieni di incassare anche lì dove non ci sono contrapposizioni. Imbarchi la rabbia che va a nozze col tuo orgoglio, e cominci un’arringa che usi come un grimaldello per forzare la serratura di chi ti sta di fronte. Ascolti, o fai finta di ascoltare, poi ritorni esattamente al punto di partenza, cominciando una nuova frase con “sì, però”. 
Mi fai un po’ ridere e allo stesso tempo arrabbiare. Provo con la pazienza di un bonzo a spiegarti che le cose non stanno esattamente come le hai viste tu, mi interrompi e ritorni sul punto ma se provo a interromperti io allora vuol dire che non ti ascolto e faccio il prepotente. Una partita a ping pong nella quale tu interpreti Forrest Gump e io me stesso (e anche nella vita reale non ho mai colpito più di tre volte consecutive la pallina che arrivava nella mia parte di campo).
È per questo che l’altro giorno ti ho detto per scherzare che quando sarai grande ti pagherò l’università solo per iscriverti a Giurisprudenza. Se non lo farai, ti ho detto, farai bene a cercarti un lavoro per pagarti gli studi. Tu hai riso probabilmente senza capire. Poi mi hai chiesto perché penso che dovresti diventare un avvocato da grande e ti ho risposto che solo gli avvocati si accaniscono così tanto nei confronti delle cause perse. Stavolta ho riso io e tu sei rimasta a riflettere guardando da una parte. La mia ansia è venuta in tuo soccorso e mi ha fatto dire che stavo scherzando e avrai il sacrosanto diritto di scegliere tutto ciò che vorrai, tranne sposare un laziale. Stavolta abbiamo riso entrambi.

La mia professoressa di matematica al liceo voleva mi iscrivessi a Matematica. Credo avrebbe accettato anche Ingegneria o Fisica. Quando, dopo l’esame di maturità, le dissi che mi sarei iscritto a Lettere mi guardò come fossi la pozzanghera d’olio di una bottiglia che ti è appena scivolata di mano schiantandosi sul pavimento. Disse “Perché sprecare una mente scientifica a Lettere?”.  Io sorrisi amaro e non risposi ma lasciai che quella domanda mi ossessionasse per tutta l’estate e usasse la mia mano per mettere una croce su una Facoltà scientifica al momento dell’iscrizione. Scelsi Informatica per far contenta lei, mio padre che voleva mi iscrivessi a Economia, me stesso a cui piacevano i computer. Nessuno dei tre in realtà trovò soddisfazione nella scelta fatta e dopo un anno in cui cercai disperatamente di capire cosa si studiasse nel Corso che avevo scelto, diedi un colpo di mano e tornai sulla scelta iniziale. Ma a quel punto era di nuovo tardi per tutto. Avevo perso un anno, la borsa di studio e pure un bel po’ di stima. Mi iscrissi sì a Lettere ma puntai verso l’ennesimo ripiego. Ero a Roma, capitale dell’archeologia mondiale. In questo vidi il prospero futuro lavorativo che mi avrebbe accolto dopo la laurea, soppiantando per sempre le ambizioni letterarie che mi avevano tenuto compagnia fin lì. Fu un errore naturalmente. Perché non servì molto tempo per capire che di archeologia, reperti e stratigrafia mi interessava ben poco. Ma stavolta era davvero troppo tardi per cambiare ancora e con un po’ d’ostinazione sono arrivato fino alla fine del percorso. 

Sai già che ti racconterò questa storia altre centotrentamila volte prima che ti iscriverai davvero all’università. Sempre che tu voglia fare l’università o che per allora esista ancora il mondo che conosciamo. Ma so che probabilmente anche allora non saprò rispondere alla domanda “quindi cosa avresti voluto fare?”, riempiendo la risposta di forse e ipotesi e voli di gallina su interessi  più o meno accattivanti. La verità è che c’è un mondo da scoprire ma quel mondo non è fuori ma dentro di te. Esplorarlo è il viaggio più misterioso e affascinante della vita. 

Le feste di Pablo

Quando avevo più o meno la tua età, i tuoi nonni decisero di trasferire tutta la famiglia nel loro paese d’origine. Io e tuo zio eravamo bambini. Mi ricordo un pranzo, forse una cena, nella cucina con le piastrelle a fiori gialli. Tuo nonno ci chiese cosa ne pensavamo, io pensai alle vacanze. Ma quando fu più chiaro esultammo di gioia. Andare in paese era sempre una festa. I nostri nonni ad accoglierci, la libertà di poter scorrazzare in strada, il verde della collina ovunque tutto intorno. Forse non solo questo, non so. Eravamo felici. Mi ricordo il camion dei traslochi. Mi ricordo i primi tempi ammucchiati in 4 in una stanza, in attesa che la nostra casa venisse ultimata. Mi ricordo le premure di mia nonna, i pranzetti e le cene, la prima neve, il giubbotto celeste che avevo addosso e mi ricordo esattamente l’emozione, la voglia di conservarla e tenerla per quando sarebbe finita. Mi riempii le tasche di neve, poi tornai in casa. Le risate di tua nonna e della mia. 
Il resto però non fu più meraviglioso, come lo era quando andavamo in paese in vacanza. E il peggio doveva ancora arrivare.

Arrivò quando cominciò la scuola. Avevo già frequentato in città la prima. Avevo una mia idea di cosa fossero le elementari. Dovetti riadattarla con martello e scalpello per renderla vagamente simile a quello che vedevo. In classe eravamo in 14. 10 maschi e 4 femmine. Avevamo due maestre, una scuola che cadeva a pezzi, un piano didattico che faceva acqua da tutte le parti. Ricordo poche cose, tutte brutte. Non c’era la mensa ma un lunghissimo corridoio che veniva riadattato tutti i giorni. L’odore di cucinato entrava nelle aule e rimaneva nell’aria fino all’uscita. Ricordo il riposino sui banchi che eravamo costretti a fare nel pomeriggio perché le maestre potessero vedere la puntata di Beautiful alla televisione in corridoio. Ricordo le maestre (non le mie per fortuna) violente: quella che usava un righello di plastica di 50 centimetri come bacchetta, quella che ti tirava le orecchie fino a farle sanguinare. Certe volte potevamo uscire all’aperto. I maschi in pochi secondi si organizzavano per correre dietro a un pallone, le femmine usavano una delle panchine del campo da calcio come casupola dove raccontarsi segreti. Io facevo la spola tra il campo da calcio e la panchina mai convinto di quale fosse il posto mio. 

Allora volevo fare lo scienziato da grande, a limite l’inventore. Passavo pomeriggi interi a disegnare prototipi di cose che avrebbero facilitato la vita di milioni di persone, progetti che per lo più rimanevano un abbozzo su un foglio, privo com’ero di qualunque possibilità costruttiva. Gli altri maschi volevano fare il ruspista, il camionista, i più arditi forse il poliziotto. Mi sentivo e sapevo di essere diverso. Non giocavo a pallone e quando lo facevo venivo messo in porta. L’unica raccomandazione che avevo era rimanere fino alla fine della partita, per evitare di lasciare la mia squadra con un uomo in meno. Ma non riuscivo a stare dentro a qualcosa che non aveva termine, non un termine che potessi capire. Non c’erano tempi regolamentari, né una fine stabilita a chi arriva prima a 10 gol, per dire. Si giocava per giocare, così, a oltranza, fino a sera, fino a quando uno di loro non fosse stato trascinato via, fino a quando non era quasi buio o palesemente l’ora di cena. Mi annoiavo così tanto.

Tutti ricordano i tempi delle elementari come un’età dell’oro. La mia è stata un periodo lunghissimo tra un arrivo e una fuga. Non conservo cose belle di quel tempo trascorso a guardar bambini correre dietro un pallone su un campo di cemento e sassi. Volevo esplorare il mondo, cercare tesori, scavare buche o costruire case sull’albero. Non avevo mai nessuno con cui farlo. Così passavo gran parte del tempo a fantasticare e il restante a far finta di essere uno di loro. Poi arrivava il momento in cui venivo riconosciuto e finivo quasi sempre per fare a botte o estraniarmi ancora di più, spesso entrambe le cose.

Penso queste cose mentre ti guardo giocare con le tue amiche al parco. Al confronto con la mia, la tua mi pare un’infanzia dorata eppure non serve fare chissà quale esercizio di fantasia per scoprire quanto molti dei sentimenti che animavano il mio cuore e la mia mente, appartengano anche a te. Fai fatica a sentirti parte di un gruppo. Rimani spesso a osservare, in attesa che qualcuno ti trascini dentro. Te ne stai ferma e in silenzio come se avessi bisogno del permesso degli altri per correre e giocare. E qualche volta ti arrabbi, ci rimani male, ti offendi. Perché ti pare che gli altri usino i tuoi segreti, i tuoi piccoli errori o quelle perle di intimità che hai donato a una di loro, come merce qualsiasi, pastura per pesci. Non so esattamente come aiutarti. Vorrei dirti di scioglierti un po’, esser meno rigida, più simile agli altri, ma so che non servirebbe. Siamo così. 

Ora è il parco, un giro in bicicletta che perdi dietro al gruppo e ti ritrovi a fare da sola. La tua amica preziosa che rivela agli altri che ti ha visto parlare con la tua bici mentre tu stringi forte gli occhi e ti chiedi “Perché? Perché mi tradisci?”. Domani saranno le feste, quelle alle quali ti annoierai o vorrai non esser mai andata. Le feste a casa di Pablo, dove te ne starai magari a osservare, ascoltare la musica e canticchiare senza ballare. Quante ne ho viste di feste finite nel piazzale della chiesa del paese, in due, in macchina. Avessimo fumato, probabilmente ci sarebbe un una nuvola di mistero e tormento in quelle ore trascorse a raccontarsi niente. Ma le uniche nuvole di fumo erano quelle di vapore che disegnavano i nostri fiati, tra una pipì alla parete della chiesa e una buonanotte. Eppure penso che la tua grande fortuna sia non essere me. Allora è possibile anche che se vai a casa di Pablo e arrivi in ritardo, molti diranno finalmente, e tu li accoglierai con un sorriso pazzesco e completamente a tuo agio. Finisce che ti diverti e entri dentro quella bolla sospesa nella quale le notti passano come un soffio tra una risata e un sospiro. E già ti vedo che parli, racconti, ascolti e ridi, ridi ancora. Il telefono ti squilla, tu urli “sono alla festa di Pablo, vieni alla festa di Pablo, non sai quanta gente c’è”, mentre la nostra solitudine si scioglie in leggerezza che vendica tutte le notti in cui io non ero stato.

L’amore ai tempi del Coronavirus

Quando sono uscito di casa stamattina sul lungotevere ho visto il primo albero di Giuda fiorito. Ero in coda dietro un autobus, l’albero è entrato nel mio campo visivo ma solo quando sono ripartito ho registrato l’informazione e realizzato il significato. È quasi primavera.
Le strade erano quasi deserte. Da casa a lavoro ho impiegato 11 minuti. Lo so perché il motorino aveva l’orologio sfasato e l’ho sistemato prima di partire.
Nelle orecchie la radio mi ha passato Gomma dei Baustelle e mi è venuta una strana allegria. La strada libera invogliava ad andare veloce e stranamente tutti i semafori erano verdi. Sulle banchine dei tram c’era poca gente. Ho provato a vedere se qualcuno avesse la mascherina ma se non fosse stato per il poco traffico, non avrei notato nessuna differenza con la Roma del mese scorso o di quello prima ancora.
Sai, fa effetto sentirti parlare del Coronavirus. Ne parli come se sapessi tante cose, mi chiedo se ne sai addirittura più di me. Io evito invece di farlo, quantomeno con te. Tu invece scopri le cose di ogni giorno con la semplicità del disegno di una casa e dici “è per colpa del Coronavirus?”, serafica come se aprissi l’ombrello perché piove.

Sei stata contenta quando l’altra mattina ti ho detto che non saresti andata a scuola. Hai fatto un piccolo balletto di esultanza mentre eri ancora rannicchiata sotto le coperte e la faccia felice con gli occhi a mezzaluna che fai quando scopri qualcosa di geniale. Io invece ero preoccupato. Di quella preoccupazione che mi assale ogni volta che succede qualcosa che non controllo. Mi hai chiesto se potevi venire a lavoro da me, ti ho portato invece a casa di tua madre che è raffreddata e che mi ha fatto pensare “avrà il Coronavirus?”. Ma non l’ho detto né a te né a lei.
Tua nonna mi ha scritto su whatsapp se vogliamo portarti lì per il periodo in cui non vai a scuola. Ho pensato che sarebbe bello approfittarne e restare qualche giorno lì insieme, io e te, come sospesi in una pausa. È rimasto però solo un pensiero. Le ho risposto “vediamo”, mi ha riempito il telefono di cuori. 

I cuori di tua nonna sono una recente acquisizione. Prima quasi non mi scriveva. Ora invece lo fa più facilmente. È un modo per recuperare il tanto tempo perso senza necessari strappi. È merito di Agata. Un giorno ha preso il mio telefono, ha scrollato whatsapp, ha trovato il numero di tua nonna e le ha mandato un messaggio per dirle che avevo scongelato i fagioli che lei mi aveva dato l’ultima volta che eravamo stati lì. Una cosa che non avevo mai fatto prima. Ma ben più eclatante è stata la sua chiusa. Un “ti voglio bene” che credo tua nonna sia cascata dalla sedia quando ha letto. 

Agata è così. Ha la chiave di accesso ai sentimenti delle persone. Ci legge dentro, li decodifica, li tira fuori come sassi dal letto di un fiume. La sabbia che si alza e disperde, intorbidisce un po’ l’acqua lasciando l’impressione che si sia rovinato qualcosa. Invece poi la corrente la porta via e rimane il sasso bello e limpido.
È questo che sta facendo con me. È questo che credo faccia con tutte le persone che incontra.

È successo così anche a te? Avrei voluto farti un milione di domande quando vi siete incontrate qualche giorno fa al mercato di Testaccio. Lei aveva preso un tavolo, noi siamo arrivati, breve presentazione, serietà e qualche forma di tensione. Poi io e te siamo andati a prendere i panini. Sai l’ho capito che eri preoccupata. Sbadigliavi, ti trascinavo, mi hai detto senza nessun entusiasmo il panino che volevi. La vera svolta però c’è stata quando dopo pranzo siamo andati a prendere il gelato nella tua gelateria preferita. Vi ho indicato un tavolo mentre facevo la fila. Quando sono tornato con i coni, mi sono fermato a qualche metro da voi che non mi guardavate più. Ridevate ed eravate una accanto all’altra. Eravate diventate amiche. Mi sono un po’ commosso, ho aspettato qualche secondo ancora e poi sono venuto a sedermi.

C’è l’amore dentro ogni gesto di questo inverno che finisce. Noi non lo vediamo. Ma c’è. Non so se la gente ha realmente paura o è cullata da questo sentimento per prendere un po’ le distanze da una vita stanca e faticosa. Un po’ è bello se lo vedi così. Io mi faccio mille paranoie, poi però svolto l’angolo, freno, mi metto in coda a un autobus e aspetto il verde al semaforo. Nel frattempo c’è un albero che fiorisce e una primavera che arriva e io nemmeno me ne ero accorto.

P.s. Il titolo iniziale di questa lettera era The rhythm of the night… vabbè.

Luca lo stesso

A volte c’ho lo stress fin sopra i capelli. Tu te ne accorgi perché divento evanescente. Mi dici “papi, ma mi ascolti?” mentre mi stai raccontando di scuola, di un’amichetta che ti ha deluso, del tuo compagno di classe che ha chiesto alla maestra se anche lei ha le tette.
Io sono invece su whatsapp e le notifiche dei nuovi messaggi in arrivo cascano dentro al mio telefono come gocce da una grondaia durante un temporale. Mi affretto a raccoglierne alcune e si allaga tutto intorno. Io me ne resto allora immobile a contemplare il temporale che mi bagna, fino a quando mi lascio cadere le braccia e guardo nella tua direzione come per metterti a fuoco per la prima volta. Tu fai la faccia sfinita e di finta disapprovazione. Io mollo il telefono da una parte e ti chiedo se facciamo una partita a Dobble. Allora forse capisci che voglio stare solo con te e il temporale fuori è finito o semplicemente non mi bagna più. Corri a prendere il mazzo di carte, ne metti una coperta per me e una per te, il resto della pila scoperta al centro del tavolo. Prima ancora che io scopra la mia, tu stai già urlando “macchina”, “chiave di violino”, “lampadina”, “bomba”, “coso” (coso è un mirino ma siccome non ti ricordi mai come si chiama abbiamo stabilito che può chiamarsi semplicemente coso).

Sai, tu non puoi saperlo ma faccio gli stessi errori anche con Agata . Ogni tanto mi perdo il filo del discorso che abbiamo cominciato mesi fa. Si direbbe mi distraggo. Perdo di vista dove sono, mi lascio bagnare da quel temporale che non solo mi bagna ma mi assorda e allontana. Ultimamente avevamo preso un impegno. Era un impegno importante ed era una cosa a cui tenevamo entrambi. Nessuno lo aveva caricato di eccessiva aspettativa ma si vedeva nella cura con la quale ne parlavamo, persino nella scelta delle parole, che tenevamo entrambi tanto a questa cosa. Poi io mi sono distratto solo un attimo. È stato davvero un istante e il mondo fuori si è infilato nella mia mente come una legione romana in un villaggio gallo. In quel singolo istante sono stato capace di spostare quell’appuntamento in avanti, convincermi di averne già parlato con lei, rassicurato che fosse tutto ok per entrambi. A lei avevo solo detto “ne parliamo più tardi” e quel più tardi è stato letteralmente cancellato da tutto quello che nel frattempo entrava e usciva dalla mia testa come treni della metropolitana di Tokyo. Tutto qua e in breve quel buco di un semplice istante aveva contaminato tutto il resto facendolo diventare un colabrodo di disattenzioni. A quel punto non mi restava che fare come faccio con te, afferrare il nostro mazzo di Dobble e chiederle di mettersi a sedere e urlare i nomi dei simboli presenti sulla sua carta e su quella in cima al mazzo. E lei me lo ha lasciato fare. 

E adesso che ti racconto queste cose, mi rendo conto di quanto sia difficile aver cura delle persone alle quali si vuole bene che, in definitiva, vuol dire voler bene anche  a se stessi. Voi accettate l’idea che io ogni tanto sia distratto e prendete per buoni i miei tentativi goffi di rimediare. Tu mi chiami sovrastando ogni altra cosa per catturare la mia attenzione, Agata invece usa il sistema opposto. Si fa piccola piccola, fino a diventare immobile e muta e quel silenzio mi urla contro e mi sveglia. Vorrei essere meno distratto, avere la capacità di mettere ogni cosa al suo posto e trovarcela solo quando serve, dare a te e a lei tutto il tempo e le attenzioni che sento. Ma se i condizionali fossero paglia potrei riempirci un fienile e con quel fienile non sfamerei nemmeno un pony già sazio. Sicché non prometto, ora faccio. E per fare ho un piano: la prossima volta che staremo insieme, io e te, io e Agata o magari tutti e tre, vi sorprenderò. Tirerò fuori dal mio zaino la scatola di latta di Dobble e mentre nessuna delle due se lo aspetterà, vi dirò “facciamo una partita?”.

La tua canzone

Ti ho lasciata pochi minuti fa davanti scuola. La maniglia del tuo zaino in una mano, nell’altra la mia mano. Hai detto “ciao papi” e hai fatto per scappar via ma io ti ho trattenuta reclamando un altro bacio, più grande di quello precedente. Mi hai accontentato e fatto un sorriso proprio bello. Poi sei andata e io, come al solito, sono rimasto lì a guardarti scomparire nel corridoio della tua scuola. Mentre andavi però ti sei girata due volte per guardare se ero ancora lì e io c’ero e agitavo un braccio come se fossi appena salita su un transatlantico che ti avrebbe portato dall’altra parte del mondo. Tu ridevi, io ti mandavo baci, gli altri genitori mi passavano accanto indifferenti.
Credo il bidello della tua scuola si sia accorto che rimango sempre lì un paio di minuti dopo che sei entrata. Mi guarda o forse sono solo io che mi sento guardato. A volte me lo immagino che scuote la testa come a dire “questi papà apprensivi”. Non so se è realmente così. So però che ogni volta, faccio finta di tirare fuori le cuffie dalla giacca, le srotolo, me le ficco nelle orecchie e questo mi consente di avere circa un paio di minuti di velata nonchalance.

Stamattina, mentre venivo a lavoro, faceva freddo. Quel freddo che a Roma si vede ben poco d’inverno. Mi pungeva alle caviglie e alle ginocchia e per evitarlo andavo piano e stringevo le gambe verso il centro del motorino. Facendo slalom nel traffico, pensavo a te, alla tua giornata a scuola. Spesso quando siamo insieme ci raccontiamo di scambiarci. Io vado a scuola per te e tu vieni a lavoro per me. Quando facciamo questo gioco tu mi interroghi sulle cose che dovrò vivere nella mia giornata al tuo posto, così so per certo ogni cosa che accade dal momento in cui in cui ti lascio. Nella mia giornata al tuo posto so dunque che dovrò affrontare una piccola ricreazione, prima che arrivi la maestra, poi l’appello, delle spiegazioni, un’altra ricreazione (un po’ più lunga) insieme a una merenda, altra spiegazione o esercizi in classe, mensa, piccola ricreazione, esercizi e poi attesa dell’uscita. Quando invece ti chiedo “e tu al mio lavoro cosa farai?”, tu mi rispondi che preparerai dei caffè (quanti? Per chi? Non si sa. È solo che ti piace usare la macchina Nespresso del mio ufficio), poi ti siederai alla mia scrivania e stamperai dei disegni da colorare. Il mio lavoro è dunque questo per te: fare caffè e stampare disegni. Non male.

Ora sono a lavoro davvero, mentre tu avrai superato l’appello e sarai nel mezzo della prima spiegazione del mattino. Mi perdo un po’ a pensarti, seduta nel tuo banco, illuminata di traverso dalla luce calda di questo sole d’inverno. Guardi la maestra attentissima a non perdere una parola. Io il caffè non me lo sono fatto, invece. Avevo finito le cialde e sono allora andato a prendermi un cappuccino al distributore automatico. Ho preso anche una Kinder Delice (e sì, lo so che non avrei dovuto e so anche che stando ai nostri accordi, se prendo una schifezza per me la devo prendere anche per te. Ti devo quindi una Kinder Delice). Sono poi arrivato in ufficio, ho acceso il computer e mentre cominciavo a scrivere questa lettera ho messo Coez su Spotify. Dovrei cominciare a lavorare un po’, non mi va. Quasi quasi mi metto a cercare qualche disegno da colorare su internet.

La valigia

Questa città, il paese dei tuoi nonni, casa mia, casa di tua madre, il mercoledì e il giovedì, i fine settimana alterni, gli oggi però, i domani da un’amichetta, il cinema, il pattinaggio, poi doccia e subito a letto e la cena? La cena, è vero. I giocattoli da me, quelli che non sappiamo più dove mettere e regaliamo di nascosto perché se te ne accorgessi ne faresti una tragedia, i grembiuli di scuola, lo zaino con le rotelle (e per fortuna), la cintura di sicurezza (amore, te l’allacci da sola?), la merenda, la spesa, il cappotto, la sciarpa, il cappello che fa freddo, la canottiera (amore, mettiti la canottiera nei pantaloni, per favore). 
Sei innegabilmente una bambina con una valigia in mano. Un po’ lo sono tutti i bambini. Eternamente scarrozzati da una parte all’altra del quartiere, della città, del mondo per riempire ore e mezze di attività sportive, ludiche, ricreative, sociali, scientifiche, linguistiche, emozionali, comportamentali, agonistiche, ingegneristiche, spaziali. La tua valigia è mediamente piena di piccoli oggetti che scegli con cura nello spostarti da una casa all’altra. Un quadernino, una penna, qualche peluche preso solo apparentemente a caso dal cassettone dei peluche che hai sotto al letto, un binocolo o una lente di ingrandimento, uno squishy, un gioco da tavolo, delle carte, qualche volta una barbie o una lol, delle figurine, altri pupazzi senza nome. Tutte cose che rimangono regolarmente nella sacca in cui le hai infilate, adagiate accanto alla porta e che, mi rendo conto, servono probabilmente come àncora tra una casa e l’altra. Prima di dormire – è una cosa alla quale ormai sono abituato (ammesso che ci si possa davvero abituare a questo) – mi dici spesso “mi manca mamma”. Io sminuisco senza farlo davvero. Ti prendo un po’ in giro. Poi ti consolo dicendoti “ma la vedrai domani/dopodomani” oppure ti passo il mio telefono e ti dico di chiamarla. Tu mi permetti di consolarti e qualche volta, qualche volta soltanto, dici “quando sono con te mi manca lei e quando sono con lei mi manchi tu”. Io a questo non ho mai imparato a rispondere e non imparerò probabilmente mai. Fingo di non essere colpito, ti racconto storie di bambini che hanno genitori che vivono o lavorano lontano, che vedono davvero raramente. Provo a farti ragionare sulla fortuna che hai nell’avere due genitori uniti, solidali, vicini, di quanto tu possa stare con me o con tua madre senza limitazioni o privazioni, di quanto sia bello poter fare qualche volta anche cose insieme, di quanto tutto questo non sia affatto scontato anche in una famiglia normale. Raramente mi sembri soddisfatta, forse un po’ rassicurata, non soddisfatta.
Nei giorni successivi a quelli in cui sei da me, ripercorro le stanze di casa osservando il tuo fantasma che saltella tra il salotto e la cucina, che si raggomitola sul letto per guardare un cartone animato, che appare all’improvviso alle mie spalle mentre sto lavando i piatti per farmi “bu!”, che è in bagno interminabili ore per fare la cacca, seduto alla scrivania in una posa da contorsionista per fare i compiti. Raccolgo le cose che hai lasciato sparse in giro, sistemo i disegni che inevitabilmente (e per fortuna) hai lasciato e qualche volta trovo qualche sorpresa. L’altra mattina, per esempio, passavo l’aspirapolvere in camera e nella fessura tra la parete e l’armadio ho trovato un pacchetto di confetti. Non c’era finito per caso, lo avevi nascosto tu, proprio lì. Sono confetti alla menta a forma di gessetti (uguali uguali a quelli che servono per scrivere alla lavagna). Te li hanno lasciati gli elfi in una delle caselle del tuo calendario dell’avvento. Eri un po’ delusa perché quando li hai assaggiati hai scoperto che erano alla menta. Mi sono immaginato che avresti voluto portarli a scuola, mostrarli orgogliosa alle tue amiche, inscenare una scenetta divertente nella quale li avresti presentati come gessetti per scrivere e poi davanti allo sconcerto generale ne avresti morso uno. La menta rendeva impossibile tutto ciò. Così me li hai lasciati a casa, spiegandomi che, in fondo, gli elfi non possono sempre indovinare. A me questo è bastato per pensare che quel sacchetto trasparente fosse a mia disposizione. Tanto è bastato anche ad Agata che, a dire la verità, me li aveva lasciati perché potessi farteli avere tramite gli elfi e che di suo ne andava già matta. È per questo che dopo qualche giorno hai ritrovato il pacchetto sulla mia scrivania decimato della metà dei gessetti. L’hai visto, hai pesato l’entità del danno sul palmo della mano e hai fatto quella faccia che fai quando vuoi fingere di essere arrabbiata. Hai detto quel “papi” con la a lunghissima e mi hai spiegato che gli elfi li avevano portati a te i gessetti, non a me. Mi hai fatto uscire dalla stanza e quando sono rientrato i gessetti erano spariti. 
Ecco, te lo scrivo qui. Magari lo leggerai tra qualche anno, quando i gessetti saranno scaduti. Nel frattempo li ho solo spostati per passare l’aspirapolvere. Poi li ho rimessi lì. Prima però ne ho mangiato uno. Uno solo, davvero.

Un bene dell’anima

Ho conosciuto Antonello a Lettere, il primo giorno. Eravamo in pochi, noi due stavamo a qualche posto di distanza e durante una pausa abbiamo cominciato a chiacchierare. Ci siamo incontrati alla lezione successiva, poi a quella dopo. In aula, al quarto appuntamento, si è aggiunto Gianluca. “È simpatico, è milanese”, Antonello me l’ha presentato così. Gianluca invece era di Pesaro, sarebbe diventato uno dei miei migliori amici, oltre che coinquilino dei sette anni che seguirono. È stato lui a rivelarci, sbalordito e divertito, che il corso che stavamo seguendo ormai da due settimane non era quello che pensavamo. Avevamo confuso le aule e i docenti, senza renderci nemmeno conto che gli argomenti trattati erano lontanissimi da quelli che avremmo dovuto aspettarci. Continuammo comunque a frequentare, entrambi. Più per comodità che per reale convinzione.

Antonello era di Roma, abitava a San Giovanni, con i suoi. Veniva da noi ogni volta che poteva, a pranzo o a cena, a bere il caffè della nostra moka, a fare niente. Frequentava casa nostra come fosse sua; credo lo fosse. Non sono mai entrato completamente nel suo mondo, come esistesse una diga tra la nostra acqua e quella che scorreva nel tempo lontano da noi, ma questo non ha mai impedito alle nostre anime di abitare le stesse stanze. Lui invece conosceva perfettamente il nostro mare, al punto da sentirsi un fuorisede, come noi. 
Dopo la laurea, ci ritrovammo quasi inconsapevoli a fantasticare il Sudamerica. Non dimenticherò mai il giorno in cui andammo in motorino alla biglietteria delle Aerolineas Argentinas, in via Cavour. Negli astucci celesti un biglietto per Buenos Aires e uno di ritorno da Lima, piantato a quasi due mesi di distanza

Ti accompagno a scuola, piove e c’è traffico. La macchina copre l’asfalto a singhiozzi. Sonnecchi, accendo la radio. La voce di Lorenzo ti sorprende, ti cattura, ormai lo riconosci, anche nelle canzoni che non hai mai ascoltato. 
Che cos’è un amico, nessuno lo sa dire.  
Mi sorprendo anch’io, impantanato come sono a pensare queste cose.

Non vedevo Antonello da qualche anno quando quest’estate l’ho incontrato a Barcellona. Una telefonata, un appuntamento, un treno, un abbraccio lungo abbastanza da colmare gli anni trascorsi. E poi una giornata al sapore inconfondibile di ricordi e affetto. 
Lui vive lì, insieme a una ragazza col sorriso negli occhi. Sono belli insieme. Sono belli anche quando non sono insieme, accesi da una bellezza comune, che traspare in ogni cosa che pensano o fanno. Ho visto la loro casa, abbiamo mangiato insieme, ci siamo commossi rincorrendo i fotogrammi del viaggio tenuti in serbo per momenti come questo, svegliando la memoria e resuscitando i ragazzi che eravamo. 
Il giorno dopo io avrei cominciato il mio cammino verso Santiago. Prima che salissi di nuovo sul treno ci siamo abbracciati. Forte. Più forte. Mi ha detto  “buona fortuna”, solo questo. Valeva però come “buon viaggio”, come un “ci sentiamo”, oppure, senza sentirci, “ci incontriamo nei pensieri belli”. Valeva come “ti voglio bene”. Davvero. Credo si possa applicare al  bene, a volte, la stessa logica che si applica al dolore; lieve è quello che ha voce, grave quello muto.
Mi sono sentito al suo fianco proprio ieri, mentre leggevo una sua mail: nel suo racconto ho visto chiaramente la sua espressione, sempre uguale, solo un’insignificante manciata di anni in più e la preoccupazione di non sapere se ha fatto abbastanza a piegare un po’ la pelle intorno agli occhi e sulla fronte. Mi sono chiesto se gli ho mai raccontato davvero chi sono, come sto, cosa faccio. Gli ho parlato abbastanza di te?

Tu mi guardi, annuisci come se stessi leggendomi la mente e la memoria, io ti amo e spero che la mia espressione sappia comunicartelo. Sono così, ho l’ansia di saperti piena del mio bene, di  vederti sorridere davanti alle cose buffe che metto in scena per te, come quando eravamo a Parigi e in metro ho cominciato a urlare “sono stanco, non ce la faccio più, ti prego portami in braccio”, prima che tu potessi iniziare la tua lagna ormai nota. Ridevi, riconoscendoti nella mia esibizione, ridevi e ridevi, a me veniva da piangere. L’ansia di farti vedere un film della mia infanzia, e scoprirti a distanza di settimane fare ancora la mossa della gru di Karate Kid, o ripetere fino allo sfinimento una battuta che ci aveva fatto tanto ridere. 
Ho l’ansia di sorprenderti, sbalordirti al telefono quando ti chiamo e a volte, prima di dirti “ciao”, ti ripeto a memoria una frase della lettura che ti ha assegnato la maestra, sulla quale ti stai esercitando proprio in quel momento. No piccola, non ho poteri magici. Devo confessarti che c’è un gruppo whatsapp di scuola, nel quale ogni tanto una mamma chiede ai genitori di pubblicare la foto della lettura del giorno perché magari il figlio era distratto, o malato.

Sai, tesoro, adesso, in questa macchina, sul finire di questa canzone, mi sale una nuova ossessione. Voglio che la vita ti riservi amici come i miei. 
Come Antonello che vive a Barcellona, ma è come se abitasse ancora alla Caffarella. 
Come Gianluca, che si è appena trasferito a Mosca e mi manda foto della tomba di Gagarin, dimostrandomi di essere lontanissimo, eppure nello stesso luogo in cui sono io quando una notifica mi avvisa del fatto che mi sta pensando, che mi conosce come pochi, che non smette di  percorrere la nostra strada comune. 
Come Liberato che è a Londra da una vita, e ogni santa volta mi chiama dicendo “come stai?” al posto di “pronto”. Lui che una volta ha preso un aereo per capire cosa mi succedeva, e ha cenato da solo nella mia cucina perché io non avevo la forza di affrontare quella giornata, e mai, mai me l’ha ricordato. Lui che per i miei trent’anni mi ha regalato la colonna sonora della nostra storia, tutte le note, non una in meno, del nostro conoscerci. E adesso, a distanza di dieci anni, quel disco è incorniciato e poggiato sulla scrivania, pronto a uscire da questa casa e seguirmi ovunque andrò. Liberato quest’anno compirà quarant’anni, e io in fila a seguirlo, anche se non so se sono pronto e mi sento ancora il ragazzino al binario che lo portava in aeroporto e lo salutava col pugno alzato cantando in mezzo alla gente “fratello non temere che corro al mio dovere, trionfi la giustizia proletaria”, come c’entrasse davvero qualcosa. Chissà se lui se lo ricorda. Se sa che in ogni istante dei quasi 33 anni che ci conosciamo e di tutti quelli che verranno per me ne ha sempre avuti cento e ne avrà sempre solo sette.
Vorrei prometterti amici come quelli che ho io, irrinunciabili. Vederli crescere al tuo fianco, schierati dalla tua parte. Amici che ti stiano vicino, dentro. 
Amici capaci di essere te, ogni volta che tu non sai più chi sei. 

Arriviamo, scendo per primo e vengo ad aprire il tuo sportello. Le tue compagne riconoscono la mia macchina, ti salutano come se non ti vedessero da mesi, ti aspettano. Penso non sia necessario desiderare o prometterti niente. Hai già la tua vita, il tuo modo speciale di essere te stessa, riempi stanze di cuori e amore. Qualche giorno fa eri al parco, una tua amica stava piangendo, le sei andata vicino e le hai detto “adesso pensiamo intensamente a qualcosa di bello”. Eccolo il segreto dell’amicizia. L’hai scoperto. Dovremmo scrivere a Lorenzo questa sera, per farglielo sapere. 

Scendi dalla macchina, ci salutiamo. Ogni volta che ti lascio davanti scuola, tu mi baci distratta. Mentre stai entrando io ti chiamo e ti chiedo di darmi un bacio più forte, poi un altro e un altro ancora, fino a quando mi dici “papi devo andare”. La mia espressione supplichevole ti spinge di nuovo verso di me, un ultimo velocissimo bacio che si perde nel sorriso che ti stampi sulla bocca e ti porti in classe. Hai mai saputo che, dopo che sei entrata, rimango un sacco di tempo davanti scuola a guardare le mattonelle dell’atrio che hanno visto i tuoi passi un attimo prima? 

Come mai un casino sembra un posto perfetto.
Quanto abbiamo riso, e quanto rideremo.

Il tuo maglione mio

Ho dormito nel letto insieme alle briciole della tua colazione. Ti piace mangiare biscotti lì, è la tua maniera preferita di iniziare la giornata.
Tu fai così: sei capace di trascurare il fastidio, sai accettare il disagio fino a non considerarlo affatto.
Così come hai iniziato la tua giornata da me, hai affrontato anche il tuo primo giorno di scuola. A tuo modo: tra esitazione e curiosità. Vestita del tuo entusiasmo delicato e timido. Eri lì, dove sapevi di dover essere, semplicemente. Ti muovevi cauta e consapevole, ti ambientavi. Eri già capace di affrontare il tuo giorno senza importi e senza dimenticare chi sei, come sei. Senza forzature. Rispettandoti.
Allora ero solo io a sentire sulla pelle qualche briciola di disagio? Forse sono solo io a desiderare che tutto sia sempre comodo e semplice per te. Sono io a non rendermi conto che è già così? È già tutto alla tua misura, perché tu accetti gli istanti che vivi come fossero biscotti e mastichi le tue esperienze all’esatto ritmo della tua fame.

L’hai fatto anche dal dentista. Sei entrata sicura, camminando come tra le pareti di casa tua, incurante del fastidio che forse ti procureranno i gancetti del tuo apparecchio. Stai facendo qualcosa che forse cambierà un po’ il tuo sorriso, inconsapevole eppure certa che tutto cambierà in meglio. 
A volte mi lasci in bilico tra il desiderio, quasi il bisogno innato, di costruire un mondo perfetto intorno a te e la certezza che questo mondo esiste già, e tu lo abiti. Sei tu ad essere capace di vederlo così, capace di fidarti, pronta a rassicurarmi con un solo, quasi impercettibile gesto a movimento della tua espressione. Accenni un sorriso che si trasforma in parole e sembra dirmi “tranquillo papà, tutte le cose che non puoi fare, quelle che ti fanno sentire insicuro, quelle che neanche immagini possano essere importanti, quelle di cui credi di non essere capace, le stai già facendo. Le stiamo facendo insieme, ti basterà allontanare la paura per accorgertene”.
Allora le briciole sì, forse graffieranno un po’ le braccia girandoti tra le lenzuola, ma si tratta solo di solletico. Forse le briciole renderanno un po’ meno liscia la superficie dei nostri pensieri, ma in fondo è solo zucchero mischiato alla farina e al lievito.

Fai colazione come vuoi.
Inizia le tue cose come sai già fare.
Non smettere di insegnarmi a mangiare biscotti lasciando cadere briciole ovunque.

L’Internazionale

Le maestre della tua classe hanno deciso di mettere in scena per la recita di fine anno una rielaborazione di Inside Out e, dopo alcuni provini, hanno assegnato le parti.
Tu sei tornata a casa triste e malinconica, raccontando che ci eri rimasta male perché ti era toccata la Noia mentre tu avresti voluto con tutta te stessa essere l’Amore. Mi ha fatto sorridere il fatto che nel tuo mondo non stai interpretando una parte quanto piuttosto assumendo quel ruolo nella vita. Questo ti ci ha fatto rimanere male, forse perché deve essere scattato in te un meccanismo mentale per il quale devi aver pensato che affidandoti quella parte per le tue maestre sei una bambina noiosa.

Io, per farti ridere, ti ho detto che ti avrei visto meglio come La Lagna ma non ha attecchito poi tanto.
Mi sono così fermato a riflettere un secondo su quanto siamo diversi e, ancora, sulle cose che io avrei sempre voluto per te, sin dal primo momento che ti ho vista.
Il mio puffo preferito, quando avevo più o meno la tua età, era brontolone. Pur amando esageratamente la perfetta armonia che regnava a pufflandia, mi piaceva da morire il suo brontolio di sottofondo, quell’imperituro io odio le puffragoleio odio le festeio odio l’estate, mi pareva il modo migliore di non essere omologato alla massa dei puffi che accettavano passivamente l’andirivieni delle giornate. Che poi, brontolone il più delle volte si limitava a lamentarsi ma, di fatto, si allineava alle regole come tutti gli altri. 

Io mi sentivo simile a lui. Nel mio mondo di bambino, banale e un po’ noioso, provavo con tutto me stesso a respingere la banalità delle giornate con il mio “io odio”, pur restando ligiamente dentro al sentiero delle regole. Sono cresciuto allo stesso modo, alternando periodi di ribellione a stasi che potevano durare lunghissimi mesi. Forse pure per questo, se mi avessero assegnato la parte della noia lo avrei probabilmente trovato divertente e mi avrebbe fatto sentire fuori dal coro.
Eppure – e per fortuna – tu non sei me. E, nonostante gli ingenui tentativi di ricercare in te parti di me, è da quando sei piccolissima che tento, con la complicità di tua madre, di inculcarti valori, passioni, ideali che siano il più universali possibili, ben al di là dei miei che si sono scontrati quasi sempre col cinismo e il disincanto. 

Quando eri ancora nella pancia di tua madre – per dire – spesso la sera ci sdraiavamo uno accanto all’altro a letto, io le scoprivo la pancia, bussavo delicatamente e ti parlavo. Una delle prime cose che avevo comprato per te, era un carrillon che produceva le note de L’Internazionale. Chiedevo la tua attenzione e mi immaginavo te, piccolissima e svelta, che avvicinavi l’orecchio alla parete della pancia. Io avviavo il carrillon e cominciavo a cantare sottovoce Compagni avanti il gran partito noi siamo dei lavoratori

Tutto è cominciato così, con le note di una canzone senza tempo. Sin da allora, avrei voluto per te solo il meglio: lealtà, sincerità, onestà, altruismo. Cose che provo (proviamo) a farti vedere e sperimentare in ogni singolo istante delle tue giornate.
Così, se oggi quando andiamo in giro non mi sorprendo se ti vedo ficcare nello zaino la Costutuzione italiana per bambini, forse non dovrei sorprendermi nemmeno perché nella recita di fine anno vorresti essere l’amore. 

Pink moon

Hai un problema con una tua compagna di classe. Il punto è che non si tratta di una compagna qualunque, perché Federica la conosci da quando sei nata. Siete cresciute insieme, per quanto non abbiate mai avuto una frequentazione assidua. Vi incontravate al parco sotto casa la domenica, ogni tanto organizzavamo un’uscita o una cena con i suoi genitori, tutte quelle cose che l’hanno fatta diventare ai tuoi occhi (e forse anche ai nostri), la tua migliore amica.
Cominciate le elementari, te la sei ritrovata in classe.
Il problema è che Federica è sadica e anche un po’ narcisista. Ti cerca, vuole stare con te, ti fa un sacco di moine, fintanto che tu stai giocando o sembri interessata ad altro o ad altri. Se però è lei a giocare con altre bambine e tu ti avvicini dicendo “posso giocare con voi?”, lei ti risponde secca di no, che non sei la benvenuta. Facendoti rimanere continuamente male.

Oltre questo, mi racconti, Federica ama ficcarti in situazioni imbarazzanti, nelle quali lei passa per la buona, vincente, simpatica e tu per la frignona. Vale, per esempio, per le volte che ti provoca e non appena tu reagisci lei scappa dalla maestra per riportare la sua versione dei fatti.
Qualche giorno fa, Federica ha avuto la bellissima idea di venirti a raccontare quanto sia bello avere una sorellina più piccola. “Vedi”, deve averti detto, “avere una sorellina più piccola è meraviglioso, perché vuole sempre giocare con te, non ti senti mai sola e puoi prenderti cura di lei”. Tu, mi sono immaginato, sei rimasta ad ascoltare e le hai fatto dire. Il punto è che a Federica non bastava raccontare qualcosa che sapeva ti faceva male ed ha quindi rincarato la dose dicendoti che purtroppo tu una sorellina non potrai mai averla, visto che i tuoi genitori sono separati. A quel punto sei scoppiata a piangere e sei corsa a raccontarlo alla maestra che ha voluto sentire le versioni di entrambe e ha deciso alla fine che andava aperta una grande finestra sulle coppie separate. Ti ha allora illuminata, smontando l’enorme castello che faticosamente io e tua madre abbiamo costruito in due anni da genitori separati, raccontandoti che a volte le mamme e i papà litigano. Certe volte poi, litigano così tanto che diventa necessario andare a vivere in due case diverse perché non possono più stare nella stessa casa. 

Queste cose ce le hai raccontate solamente dopo una settimana che io e tua madre ti vedevamo strana. Eri assorta, distratta, non riuscivi ad impegnarti nei compiti e spesso ti arrabbiavi eccessivamente per cose relativamente piccole. Alla fine, hai vuotato il sacco e io mi sono sentito come se avessi scalato una montagna altissima e fossi quasi arrivato in cima. Davanti a me comincio ad intravedere la vetta e uno scorcio di orizzonte sereno e sterminato. Poi mentre sto percorrendo l’ultimo tratto di sentiero, spunta qualcuno di lato, mi mette lo sgambetto e io precipito rotolando giù per la cresta della montagna. Questo perché ci sono voluti quasi due anni per convincerti che le mamme e i papà non necessariamente litigano quando decidono di vivere in case diverse. Così come non necessariamente smettono di volersi bene e certo non smettono di volerne ai propri figli. È solo che, come ti ho raccontato tante volte, le cose cambiano, si trasformano, diventano diverse da prima. Nessuno ci può fare niente, perché semplicemente succede. È così che è successo all’amore che tua madre e tuo padre provavano: non è morto, si è solo trasformato. Mamma e papà si vogliono bene e sopra ogni cosa ne vogliono a te. 

Una cosa però, la prossima volta che Federica ha qualcosa da dirti, tappati le orecchie e dille “Non me ne frega niente di quello che mi devi dire! Ora vallo a dire alla maestra!”.