A.R.

Paolo ha avuto un brutto incidente in moto. Lui filava dritto sulla statale. Una macchina in senso contrario si è ricordata all’ultimo minuto di girare e ha virato bruscamente a destra, travolgendolo di netto. Paolo è sbalzato a tre metri da lì, oltre la recinzione dei campi, tra l’erba, le foglie e la terra umida del mattino. Paolo tu non lo conosci. È uno di quegli amici di cui non hai nemmeno mai sentito parlare. Appare e scompare dalla mia vita, come io dalla sua. Intermittente come l’acqua dei fiumiciattoli di paese, che dai per vinti, sconfitti, per buona parte dell’anno, come rigagnoli preistorici di cui rimane solo un letto di selci. Poi, quando meno te l’aspetti, risgorgano in piena. Ora Paolo è in un letto d’ospedale da quasi un mese. Combatte una guerra solitaria, senza commilitoni e guardie, per colpa del Covid e di queste regioni giallo, arancioni, rosso che impediscono a chiunque di stargli accanto.
Ho saputo del suo incidente solamente dopo due settimane. Non ci sono rimasto male. Con lui è sempre stato così. Esserci e non esserci è uguale. Non nel senso negativo ma in quello dell’amore e l’amicizia che non vuole resoconti o riepiloghi. Prima è stato una sparatoria a salve di “come? Ma quando? Perché? Adesso?”. Poi nella sua voce ho trovato la stanchezza di dover ripetere a ognuno il racconto di cui vorresti solo liberarti e ho smesso di pungerlo, realizzando che l’unica cosa che davvero in questo momento gli manca è la normalità. 

Così da quel giorno ho cominciato a mandargli dei messaggi vocali, nei quali gli racconto di me, di te, delle cose che fai, di Agata, dei voli col drone, dei progetti strampalati che mi riempiono la testa, delle piccole grandi tragedie della nostra piccola enorme vita. Senza rendermene conto, al termine dei miei podcast (così li chiamo, perché possa ascoltarli quando vuole), gli dico sempre “devi farcela perché tu sei tutti quelli che ti vogliono bene e tutti quelli che ti vogliono bene sono te”. È una banalità forse, che m’è venuta una sera, senza averla pensata prima. Ma era una banalità che stava proprio qui dentro ed è uscita con la naturalezza di un respiro. È la banalità più vera che abbia mai concepito. 

Con Paolo è così. C’è tanto silenzio tra un incontro, una chiamata e l’altra. Poi arriva qualcosa che scaraventa con la forza di una slavina addosso a entrambi la potenza della fratellanza. 
Durante il mio cammino verso Santiago evitavo di sentire chiunque. Volevo stare solo e accendevo il telefono solo per chiamarti, la sera prima di dormire. Quando ero ad un paio di tappe da Santiago e avevo in corpo la consapevolezza dell’arrivo, ricevetti un suo vocale. Senza sapere esattamente dove fossi, come e se ci fossi arrivato, mi diceva che era fiero di me e con la voce strozzata dal pianto mi diceva di volermi bene e di aver avuto fiducia sin dal primo istante in me. Dio quanto ho pianto. In quel momento nessuno poteva sapere dov’ero e come stavo e quest’uomo lo sapeva. Senza che io gli avessi detto nulla, lo sapeva. Eravamo nello stesso posto, vicinissimi e umani. E gli ho voluto bene come si può voler bene solo alla propria famiglia.

Adesso Paolo sta soffrendo. Quando trova la forza di afferrare il telefono, tenere premuto il tasto del microfono, risponde ai miei vocali. Mi racconta di corsie d’ospedali, busti ortopedici, sale operatorie, anestetici e dolori che non sa descrivere. Io lo ascolto e piango. Penso alla sua vita, alle sue gambe, al suo torace, alla sua espressione sempre timida e sincera. Mi metto seduto lì al suo lato e rimango a sentire il suo respiro affannato mentre riprova per l’ennesima volta a dormire.   
E penso che adesso le luci di Marsiglia debbano apparirgli proprio lontane e che l’unica cosa di cui un uomo abbia bisogno sempre è sapere, credere, che la vita esiste ancora e non bisogna lasciarla andare. E aspetto che mi guardi con i suoi occhi lucidi e stanchi e gli racconto ancora una volta di quella intervista che Muhammad Ali rilasciò dopo aver sfiorato il knockout nell’incontro della vita con Earnie Shavers (È una storia che non conoscevo e me l’ha raccontata di recente Agata, parlandomi dell’incipit del nuovo  libro di Nesi). 

Ali disse che dopo quel cazzotto feroce, le gambe – proprio le gambe – gli dissero che non era più il caso di starsene lì in piedi a combattere. Ma che lui non volle dar loro retta e fece l’unica cosa insensata e assurda che quel briciolo di vita rimastogli dentro gli dettava di fare: rimanere in piedi. Rimase solo in piedi. Poi vinse e tutto il resto. Ma intanto, rimase in piedi. E questa cosa te la voglio dire a te, figlia mia, perché dio solo sa quante volte nella tua vita sentirai il desiderio, il sogno, la voglia di lasciarti andare e forse rimanere sconfitta. E lo voglio dire al mio amico Paolo che annaspa tra lenzuola bianche e ferri che gli tengono tese ossa che non sa nemmeno più di avere. Restate in piedi. Nient’altro che questo. Perché il resto verrà e saranno vittorie, campionati del mondo e cinture d’oro scintillante. Ma intanto, l’unica cosa che conta davvero, è restare in piedi.

Ogni cosa che c’è

Quanta concentrazione ci metti per rendermi felice, quanta dedizione, quanto scrupolo, sentimento, attenzione, impegno, riflessione, amore? Spesso ti osservo senza sapere esattamente il carico di ansie e stress che ti porta tutto quel lavoro extra a cui ti dedichi per costruirmi una sorpresa, un segnale, un piccolo, a volte impercettibile eppure straordinario, regalo lasciato sopra la porta della mia stanza a dirmi “hey, io ci sono e ti amo!”.
Lascio che i giorni qualche volta prendano il sopravvento, si facciano lame che tagliano via attenzioni e osservazione. Rimango a guardare e lascio che la sedia liscia sopra la quale sono seduto diventi uno scivolo che mi trasporta lontano da te.

È successa la stessa cosa forse anche per il mio compleanno. Io me ne stavo beota a osservare i preparativi per la cena che tua nonna aveva organizzato e contemporaneamente ti vedevo sfrecciare per casa, ora con telefono in mano, ora con un foglio di appunti, poi ancora con uno da disegno. Di tanto in tanto ti fermavi vicino a me e mi dicevi di essere stanca ma eri felice. Sapevo, immaginavo, che insieme ad Agata stavate tramando qualcosa e ti lasciavo fare, tenendo chiusa in una scatola la curiosità che voleva ti facessi qualche domanda di troppo. E mentre tutto questo accadevo e costruiva un piano che ignoravo ancora, non devo essermi reso conto che il mio regalo era proprio lì davanti a me. Il mio regalo erano i tuoi passi scalzi da una stanza all’altra, ogni singola lettera o numero composto sullo schermo del telefono, ogni striscia di colore impressa su un foglio. E questo regalo è sempre qui, ce l’ho davanti persino adesso che me ne sto al computer a tentare di rimediare all’ennesima scadenza mancata e tu te ne stai tranquilla a dormire per concedermi qualche altro minuto per finire questa lettera. 

C’erano quaranta dolcetti sul tavolino basso di tua nonna quella sera. Quaranta dolcetti tipici che Agata aveva fatto arrivare grazie a un corriere e al tuo aiuto direttamente dal suo paese. Su ognuno avevi piazzato una candelina che mi hai rivelato di aver acceso personalmente. Erano ordinati in un rettangolo con 5 dolcetti sul lato corto e 8 su quello lungo. Tu hai sistemato tutto, insieme alla splendida torta che aveva preparato tua zia, coordinato la banda di cugine, zie e nonna che avevi davanti come un maestro consumato fa con la sua orchestra. Poi hai abbassato le luci e sei venuta a chiamarmi. Mi hai preso per mano e mi hai portato lì con gli occhi chiusi.
C’è un video che racconta tutto questo. Ma come accade spesso nei video, non c’è modo di vedere la verità. In quel video arrivo nella stanza rigido e con un sorriso ebete sulla bocca. Dico qualcosa che vuole essere una battuta e sembra invece soltanto un lamento. Tu mi trascini e contempli da dietro le mie spalle il capolavoro che hai appena realizzato. Io lo guardo, ti cerco, ti trovo, ti abbraccio e ti imploro di soffiare le candeline insieme a me. Se un giorno inventeranno una macchina per leggere i pensieri della gente e proveranno a decodificare questo video, scopriranno che non desidero nient’altro che la tua felicità. Con tutta la forza dei polmoni e delle palpebre chiuse, soltanto la tua felicità.

Intanto ripenso a tutto questo. Al lavoro che ti è costato, all’impegno, la dedizione, la costanza, anche la riservatezza o la fatica di mantenere un segreto che non sei abituata a tenere in serbo. Più ci penso, più mi pare di capire una di quelle cose importanti che sembrano scritte nella natura, nei libri, nelle stelle: ogni gesto, ogni sguardo, ogni carezza, ogni passo, ogni soffio o bacio o sussurro o parola è per me, soltanto per me. Ed è il miracolo più straordinario al quale io abbia mai assistito o preso parte. È l’esistenza di Dio.

Point Blank

Non so dirti esattamente da quanto e come aspettassi questo momento. Ansia, come sempre, un po’ di emozione, tanta frenesia e la solita vecchia tentazione di disseminare check point giù per la mia vita. Questo è uno di quelli. Quelli importanti, significativi, probabilmente con la bandierina un po’ più grande delle altre.
Negli anni, me lo sono immaginato in tanti modi diversi, a seconda dell’euforia o della tristezza che riempiva il liet motiv della mia esistenza nel momento in cui mi fermavo a riflettere. “Affitterò una villa con piscina, magari in Umbria o in Toscana, e ci inviterò per tre giorni tutti i miei amici”, pensavo, immaginandomi probabilmente una di quelle feste hollywoodiane, con il patron che esce in vestaglia dalla magione, mentre una platea di bikini e bermuda lo attende a bordo piscina. Lo festeggerò buttandomi col paracadute, organizzerò una braciolata in montagna, un viaggio esotico, voglio arrivarci col tatuaggio di Moby Dick sull’avanbraccio sinistro. E poi le cose che avrei voluto fare prima di questo traguardo: finire un romanzo, leggere Infinite Jest, rileggere il Quijote, imparare a suonare la batteria o la chitarra (o entrambe), comprare una V7, trovare un lavoro migliore, viaggiare, assistere almeno a un concerto del Boss, di Dylan, di Vedder, incontrare finalmente il Maestro e chiedergli di firmarmi Radici. Di quante cazzate mi sono riempito la testa in tutti questi anni. Cose futili, a volte superficiali, insensate, certamente non importanti. A volte ho davvero l’impressione di essere il ragazzino che raccontava tua madre. Quello che si riempie la bocca e il cuore di voli d’airone ma che non sa volare nemmeno come un tacchino. Ogni tanto ci penso. Mi chiedo chi sia davvero questo quarantenne con i capelli da tagliare e la barba a chiazze, gli occhiali vecchi perché quelli nuovi sono diventati a loro volta più vecchi e graffiati, sei, sette chili di troppo e un continuo programma di ambizioni e progetti che rimangono puntualmente dentro la scatola incellophanata appena afferrata dallo scaffale. Non sono i giorni come quelli che racconta il boss in fila uno dopo l’altro? Io in fila metto le scintille della mia testa, lame di luce che escono dal coperchio sopra al quale il gigante si è seduto. E a volte quel coperchio è proprio chiuso, altre sigillato, e qualche volta, ormai solo qualche volta, riesce a scivolare di pochi millimetri di lato, lasciando che il suo contenuto trabocchi un poco, esaurendosi però nell’attimo esatto in cui lo intravedo appena. Quanto è pessimista tuo padre. Imparerai, se non lo hai già fatto, a riconoscere questo pessimismo, forse anche ad amarlo o a sorriderne. Spero però non ti appartenga mai perché è una gabbia che disegni da solo e dentro la quale ti chiudi a doppia mandata ingoiando la chiave. Sembra un ambiente confortevole e piacevole perché ti fornisce tutto ciò di cui hai bisogno: le rassicurazioni e la certezza che peggio è sempre più comodo e nella migliore delle ipotesi, se ti sarai sbagliato, sarà andata tutto sommato meglio di quanto avevi puntato. Non è un modo per vincere sempre? È così che sono cresciuto, sin da quando avevo più o meno la tua età. Mi dicevo: se abbasso le mie aspettative al minimo, tutto quello che verrà sarà meglio e quindi sarò felice. E così facendo limitavo al minimo i danni collaterali, costringendo sogni e ambizioni a nuotare in una pozzanghera di fango. Ma non puoi scappare sempre e prima o poi chi sei ti trova. 

Faccio ancora spesso molti degli errori del passato. Qualche volta confondo il passato col presente. A volte sono così stupido da vederci dentro il futuro. Ma ciò che rimane al di là di questi momenti isolati in cui quasi mi esercito ad essere malinconico come in una parte che interpretavo in uno spettacolo andato in scena tanti anni fa, è un prato di trifogli e margherite. Io mi sdraio con un filo d’erba in bocca e le mani incrociate dietro la nuca a contare le nuvole che passano nel cielo, mentre tutto intorno è pieno di quadrifogli che aspettano solo di essere trovati. Ogni tanto mi alzo, per ammirare la visuale orizzontale. Certe volte corro. Altre cammino piano, pianissimo. Ciò che mi piace di più al mondo è stendere le braccia, come faceva Montella dopo un gol, alzare la testa al vento e chiudere gli occhi. Di solito faccio un passo in avanti e inciampo. Quando riapro gli occhi ho un quadrifoglio dritto davanti agli occhi. Io mi dico che è stata fortuna o caso ma dentro so che è soltanto destino. Perché nel destino di ognuno c’è scritta la propria felicità. Sai che una volta avevo paura di pronunciare questa parola? La chiamavo serenità, come fosse la stessa cosa. 
Ho raccolto un mazzo di quadrifogli e tutto ciò che voglio è continuare a starmene qui a sentire il vento sulla pelle, il sole nei pori, l’erba umida sotto i polpastrelli, il profumo della primavera che abita il mio epitelio olfattivo. Non ho bisogno di niente perché niente mi serve e, sai, mercoledì è un giorno come un altro, bello come tutti gli altri. Vedi, te lo volevo dire da tanto tempo, amore mio, e ci giravo intorno, certe volte ci saltavo sopra. Ora che però mi rigiro questo quadrifoglio meraviglioso tra le dita, mi dico che non ha nessun senso continuare a non dirlo. Sono innamorato. Ecco, l’ho detto. 

Le feste di Pablo

Quando avevo più o meno la tua età, i tuoi nonni decisero di trasferire tutta la famiglia nel loro paese d’origine. Io e tuo zio eravamo bambini. Mi ricordo un pranzo, forse una cena, nella cucina con le piastrelle a fiori gialli. Tuo nonno ci chiese cosa ne pensavamo, io pensai alle vacanze. Ma quando fu più chiaro esultammo di gioia. Andare in paese era sempre una festa. I nostri nonni ad accoglierci, la libertà di poter scorrazzare in strada, il verde della collina ovunque tutto intorno. Forse non solo questo, non so. Eravamo felici. Mi ricordo il camion dei traslochi. Mi ricordo i primi tempi ammucchiati in 4 in una stanza, in attesa che la nostra casa venisse ultimata. Mi ricordo le premure di mia nonna, i pranzetti e le cene, la prima neve, il giubbotto celeste che avevo addosso e mi ricordo esattamente l’emozione, la voglia di conservarla e tenerla per quando sarebbe finita. Mi riempii le tasche di neve, poi tornai in casa. Le risate di tua nonna e della mia. 
Il resto però non fu più meraviglioso, come lo era quando andavamo in paese in vacanza. E il peggio doveva ancora arrivare.

Arrivò quando cominciò la scuola. Avevo già frequentato in città la prima. Avevo una mia idea di cosa fossero le elementari. Dovetti riadattarla con martello e scalpello per renderla vagamente simile a quello che vedevo. In classe eravamo in 14. 10 maschi e 4 femmine. Avevamo due maestre, una scuola che cadeva a pezzi, un piano didattico che faceva acqua da tutte le parti. Ricordo poche cose, tutte brutte. Non c’era la mensa ma un lunghissimo corridoio che veniva riadattato tutti i giorni. L’odore di cucinato entrava nelle aule e rimaneva nell’aria fino all’uscita. Ricordo il riposino sui banchi che eravamo costretti a fare nel pomeriggio perché le maestre potessero vedere la puntata di Beautiful alla televisione in corridoio. Ricordo le maestre (non le mie per fortuna) violente: quella che usava un righello di plastica di 50 centimetri come bacchetta, quella che ti tirava le orecchie fino a farle sanguinare. Certe volte potevamo uscire all’aperto. I maschi in pochi secondi si organizzavano per correre dietro a un pallone, le femmine usavano una delle panchine del campo da calcio come casupola dove raccontarsi segreti. Io facevo la spola tra il campo da calcio e la panchina mai convinto di quale fosse il posto mio. 

Allora volevo fare lo scienziato da grande, a limite l’inventore. Passavo pomeriggi interi a disegnare prototipi di cose che avrebbero facilitato la vita di milioni di persone, progetti che per lo più rimanevano un abbozzo su un foglio, privo com’ero di qualunque possibilità costruttiva. Gli altri maschi volevano fare il ruspista, il camionista, i più arditi forse il poliziotto. Mi sentivo e sapevo di essere diverso. Non giocavo a pallone e quando lo facevo venivo messo in porta. L’unica raccomandazione che avevo era rimanere fino alla fine della partita, per evitare di lasciare la mia squadra con un uomo in meno. Ma non riuscivo a stare dentro a qualcosa che non aveva termine, non un termine che potessi capire. Non c’erano tempi regolamentari, né una fine stabilita a chi arriva prima a 10 gol, per dire. Si giocava per giocare, così, a oltranza, fino a sera, fino a quando uno di loro non fosse stato trascinato via, fino a quando non era quasi buio o palesemente l’ora di cena. Mi annoiavo così tanto.

Tutti ricordano i tempi delle elementari come un’età dell’oro. La mia è stata un periodo lunghissimo tra un arrivo e una fuga. Non conservo cose belle di quel tempo trascorso a guardar bambini correre dietro un pallone su un campo di cemento e sassi. Volevo esplorare il mondo, cercare tesori, scavare buche o costruire case sull’albero. Non avevo mai nessuno con cui farlo. Così passavo gran parte del tempo a fantasticare e il restante a far finta di essere uno di loro. Poi arrivava il momento in cui venivo riconosciuto e finivo quasi sempre per fare a botte o estraniarmi ancora di più, spesso entrambe le cose.

Penso queste cose mentre ti guardo giocare con le tue amiche al parco. Al confronto con la mia, la tua mi pare un’infanzia dorata eppure non serve fare chissà quale esercizio di fantasia per scoprire quanto molti dei sentimenti che animavano il mio cuore e la mia mente, appartengano anche a te. Fai fatica a sentirti parte di un gruppo. Rimani spesso a osservare, in attesa che qualcuno ti trascini dentro. Te ne stai ferma e in silenzio come se avessi bisogno del permesso degli altri per correre e giocare. E qualche volta ti arrabbi, ci rimani male, ti offendi. Perché ti pare che gli altri usino i tuoi segreti, i tuoi piccoli errori o quelle perle di intimità che hai donato a una di loro, come merce qualsiasi, pastura per pesci. Non so esattamente come aiutarti. Vorrei dirti di scioglierti un po’, esser meno rigida, più simile agli altri, ma so che non servirebbe. Siamo così. 

Ora è il parco, un giro in bicicletta che perdi dietro al gruppo e ti ritrovi a fare da sola. La tua amica preziosa che rivela agli altri che ti ha visto parlare con la tua bici mentre tu stringi forte gli occhi e ti chiedi “Perché? Perché mi tradisci?”. Domani saranno le feste, quelle alle quali ti annoierai o vorrai non esser mai andata. Le feste a casa di Pablo, dove te ne starai magari a osservare, ascoltare la musica e canticchiare senza ballare. Quante ne ho viste di feste finite nel piazzale della chiesa del paese, in due, in macchina. Avessimo fumato, probabilmente ci sarebbe un una nuvola di mistero e tormento in quelle ore trascorse a raccontarsi niente. Ma le uniche nuvole di fumo erano quelle di vapore che disegnavano i nostri fiati, tra una pipì alla parete della chiesa e una buonanotte. Eppure penso che la tua grande fortuna sia non essere me. Allora è possibile anche che se vai a casa di Pablo e arrivi in ritardo, molti diranno finalmente, e tu li accoglierai con un sorriso pazzesco e completamente a tuo agio. Finisce che ti diverti e entri dentro quella bolla sospesa nella quale le notti passano come un soffio tra una risata e un sospiro. E già ti vedo che parli, racconti, ascolti e ridi, ridi ancora. Il telefono ti squilla, tu urli “sono alla festa di Pablo, vieni alla festa di Pablo, non sai quanta gente c’è”, mentre la nostra solitudine si scioglie in leggerezza che vendica tutte le notti in cui io non ero stato.

Piccola città

Qualche volta mi fermo dopo una lunga corsa, mentre ho raggiunto una radura nel folto di un bosco. Guardo da ogni lato e mi pare che quel posto non abbia strade o direzioni, sia come isolato dal resto del mondo e rimane un mistero come io l’abbia raggiunto. C’è pace, fa fresco, si sta bene. La luce del sole filtra dall’alto degli alberi, si sentono gli uccelli che cantano e il materasso di foglie accumulate da millenni sotto i piedi dà la piacevole sensazione di un luogo mai visto e accogliente. Allora resto fermo per un po’. Bevo un sorso d’acqua. Guardo gli alberi come in attesa di sentirli parlare. Viene voglia di stendersi sotto il più grande di loro, ospitale e protettivo. E sto quasi per farlo, quando mi stana il dubbio che restare porterebbe con sé anche i pericoli e i misteri della notte. Allora mi muovo, ignorando quanto sia poi bello godersi l’istante di pausa che divide una corsa dall’altra, il prima dal dopo. Scelgo una direzione e la seguo e dopo qualche istante la radura è diventata un punto indistinguibile nel passato di un’escursione, irraggiungibile da me e da chiunque altro, per chissà quanto.
È andata così anche domenica scorsa. Mauro mi ha chiesto di ritornare in montagna. Io ero al supermercato mentre ascoltavo il suo vocale. Mi sono fermato davanti al banco dei salumi e ho chiesto del prosciutto e due panini. Avevo così tanta voglia di tornare in montagna che mi tremavano le ginocchia dall’emozione. Eppure, dopo pochissimi chilometri dall’inizio del sentiero, ho capito che le mie gambe non erano più le stesse che mi avevano portato per così tanti chilometri fino a Santiago, soltanto qualche mese fa. E il mio cuore non pompava lo stesso sangue e la mia testa non era in grado di guardare l’orizzonte indovinando il cammino, la cima, l’arrivo. Ero improvvisamente stanco e per la prima volta da quando ho imparato ad amare la montagna, ho avuto voglia di tornare indietro. 

Mauro aveva calcolato male le distanze e invece di affidarsi ad una mappa, aveva delegato a un’app il compito di condurci lungo il percorso ad anello che cingeva la montagna. Io mi ero invece affidato a lui. Dopo qualche chilometro di sentiero dolce tra i pascoli, abbiamo tagliato nel bosco, perdendo ogni traccia di segnavia. Se era la vetta che cercavamo, dovevamo andare verso l’alto e così abbiamo cominciato letteralmente a scalare un dirupo di faggi. Ero così stanco che alla terza volta che sono scivolato, ritrovandomi lungo sulle foglie marroni e nere e gli arbusti spezzati dal mio peso, ho pensato che non mi sarei mai più rialzato. Eppure, come accade spesso in montagna, nonostante tutto, arrivi in cima. Lì c’erano altre tre persone attorno alla croce che hanno subito cominciato a parlare con Mauro. Io ho poggiato lo zaino, ho aspettato che tornasse per mangiare insieme a lui e poi, senza una parola, mi sono steso e addormentato. Ero convinto di avere già affrontato la parte dura del cammino, quando la montagna ti mette alla prova e ti chiede di dimostrarle se davvero meriti la sua vetta. Mi sbagliavo. Il ritorno è stato come una ritirata in un territorio disseminato di trappole. L’app di Mauro ci ha portato lontanissimi dall’inizio del cammino, per poi farci tagliare attraverso l’ennesimo bosco fittissimo di faggi, giù in picchiata lungo la cresta della montagna. Le ginocchia stavano impazzendo e l’unica racchetta che avevo portato, non mi aiutava a evitare che scivolassi, slittando per metri sulle foglie umide del sottobosco. Poi Mauro, che era più avanti di me, ha urlato “eccolo, lo abbiamo trovato!”, intendendo il sentiero. Io non ho risposto, limitandomi a seguirlo. 

È stato poco dopo che, senza rendermene conto, ho scoperto di essere arrivato nella stanza della pace. I faggi puntavano verso l’alto chiudendo la stanza sotto una volta puntinata di scintille. A terra foglie e radici, come un dipinto medievale. Gli uccelli nascosti fischiettavano allegri e io ero solo. Mi sono seduto su un masso, guardandomi attorno come dentro le mura di casa. Non c’era porta d’ingresso né via d’uscita. Era l’inizio e la fine. Dove devo andare? Ho chiesto senza paura agli alberi che non hanno risposto o forse sì, senza che potessi ascoltarli. E a quelle voci senza suono avrei voluto chiedere tante altre cose. Chissà se fossi rimasto ancora, se non avessi improvvisamente pensato che la notte, i lupi o altri pericoli, sarebbero arrivati di lì a poco per sbranarmi. Chissà se sarei riuscito ad ascoltare i consigli degli alberi, cedere quella stanchezza riprendendo linfa e vigore. Ho invece inventato una direzione e l’ho seguita, reincontrando Mauro poco dopo e lasciandomi trascinare verso l’arrivo.

Perché ti racconto tutto questo, oggi? Forse perché, amore, a volte le pause ti trovano anche se non le cerchi ma il fatto che ti trovino non le rende necessariamente utili. Vorrei insegnarti a riconoscerle e amarle, dare loro l’attenzione che chiedono, e prender da loro tutto ciò che vogliono offrirti. Ma siamo ciò che ricordiamo e spesso, troppo spesso, paure, ansie e tentennamenti ci spingono verso una direzione, anche quando c’è una radice di faggio a forma di sedile pronta ad accoglierci per lasciarci riprendere forza e fiato. Ecco, solo per dirti, amore mio: qualche volta fermarsi è utile, necessario, certe volte persino meglio. Fermarsi per guardare e riconoscersi ancora capaci di stupirsi della bellezza del paesaggio, del verde delle foglie, del calore della luce, del conforto di un’ombra, del ristoro di un sorso d’acqua. 

L’amore ai tempi del Coronavirus

Quando sono uscito di casa stamattina sul lungotevere ho visto il primo albero di Giuda fiorito. Ero in coda dietro un autobus, l’albero è entrato nel mio campo visivo ma solo quando sono ripartito ho registrato l’informazione e realizzato il significato. È quasi primavera.
Le strade erano quasi deserte. Da casa a lavoro ho impiegato 11 minuti. Lo so perché il motorino aveva l’orologio sfasato e l’ho sistemato prima di partire.
Nelle orecchie la radio mi ha passato Gomma dei Baustelle e mi è venuta una strana allegria. La strada libera invogliava ad andare veloce e stranamente tutti i semafori erano verdi. Sulle banchine dei tram c’era poca gente. Ho provato a vedere se qualcuno avesse la mascherina ma se non fosse stato per il poco traffico, non avrei notato nessuna differenza con la Roma del mese scorso o di quello prima ancora.
Sai, fa effetto sentirti parlare del Coronavirus. Ne parli come se sapessi tante cose, mi chiedo se ne sai addirittura più di me. Io evito invece di farlo, quantomeno con te. Tu invece scopri le cose di ogni giorno con la semplicità del disegno di una casa e dici “è per colpa del Coronavirus?”, serafica come se aprissi l’ombrello perché piove.

Sei stata contenta quando l’altra mattina ti ho detto che non saresti andata a scuola. Hai fatto un piccolo balletto di esultanza mentre eri ancora rannicchiata sotto le coperte e la faccia felice con gli occhi a mezzaluna che fai quando scopri qualcosa di geniale. Io invece ero preoccupato. Di quella preoccupazione che mi assale ogni volta che succede qualcosa che non controllo. Mi hai chiesto se potevi venire a lavoro da me, ti ho portato invece a casa di tua madre che è raffreddata e che mi ha fatto pensare “avrà il Coronavirus?”. Ma non l’ho detto né a te né a lei.
Tua nonna mi ha scritto su whatsapp se vogliamo portarti lì per il periodo in cui non vai a scuola. Ho pensato che sarebbe bello approfittarne e restare qualche giorno lì insieme, io e te, come sospesi in una pausa. È rimasto però solo un pensiero. Le ho risposto “vediamo”, mi ha riempito il telefono di cuori. 

I cuori di tua nonna sono una recente acquisizione. Prima quasi non mi scriveva. Ora invece lo fa più facilmente. È un modo per recuperare il tanto tempo perso senza necessari strappi. È merito di Agata. Un giorno ha preso il mio telefono, ha scrollato whatsapp, ha trovato il numero di tua nonna e le ha mandato un messaggio per dirle che avevo scongelato i fagioli che lei mi aveva dato l’ultima volta che eravamo stati lì. Una cosa che non avevo mai fatto prima. Ma ben più eclatante è stata la sua chiusa. Un “ti voglio bene” che credo tua nonna sia cascata dalla sedia quando ha letto. 

Agata è così. Ha la chiave di accesso ai sentimenti delle persone. Ci legge dentro, li decodifica, li tira fuori come sassi dal letto di un fiume. La sabbia che si alza e disperde, intorbidisce un po’ l’acqua lasciando l’impressione che si sia rovinato qualcosa. Invece poi la corrente la porta via e rimane il sasso bello e limpido.
È questo che sta facendo con me. È questo che credo faccia con tutte le persone che incontra.

È successo così anche a te? Avrei voluto farti un milione di domande quando vi siete incontrate qualche giorno fa al mercato di Testaccio. Lei aveva preso un tavolo, noi siamo arrivati, breve presentazione, serietà e qualche forma di tensione. Poi io e te siamo andati a prendere i panini. Sai l’ho capito che eri preoccupata. Sbadigliavi, ti trascinavo, mi hai detto senza nessun entusiasmo il panino che volevi. La vera svolta però c’è stata quando dopo pranzo siamo andati a prendere il gelato nella tua gelateria preferita. Vi ho indicato un tavolo mentre facevo la fila. Quando sono tornato con i coni, mi sono fermato a qualche metro da voi che non mi guardavate più. Ridevate ed eravate una accanto all’altra. Eravate diventate amiche. Mi sono un po’ commosso, ho aspettato qualche secondo ancora e poi sono venuto a sedermi.

C’è l’amore dentro ogni gesto di questo inverno che finisce. Noi non lo vediamo. Ma c’è. Non so se la gente ha realmente paura o è cullata da questo sentimento per prendere un po’ le distanze da una vita stanca e faticosa. Un po’ è bello se lo vedi così. Io mi faccio mille paranoie, poi però svolto l’angolo, freno, mi metto in coda a un autobus e aspetto il verde al semaforo. Nel frattempo c’è un albero che fiorisce e una primavera che arriva e io nemmeno me ne ero accorto.

P.s. Il titolo iniziale di questa lettera era The rhythm of the night… vabbè.

Luca lo stesso

A volte c’ho lo stress fin sopra i capelli. Tu te ne accorgi perché divento evanescente. Mi dici “papi, ma mi ascolti?” mentre mi stai raccontando di scuola, di un’amichetta che ti ha deluso, del tuo compagno di classe che ha chiesto alla maestra se anche lei ha le tette.
Io sono invece su whatsapp e le notifiche dei nuovi messaggi in arrivo cascano dentro al mio telefono come gocce da una grondaia durante un temporale. Mi affretto a raccoglierne alcune e si allaga tutto intorno. Io me ne resto allora immobile a contemplare il temporale che mi bagna, fino a quando mi lascio cadere le braccia e guardo nella tua direzione come per metterti a fuoco per la prima volta. Tu fai la faccia sfinita e di finta disapprovazione. Io mollo il telefono da una parte e ti chiedo se facciamo una partita a Dobble. Allora forse capisci che voglio stare solo con te e il temporale fuori è finito o semplicemente non mi bagna più. Corri a prendere il mazzo di carte, ne metti una coperta per me e una per te, il resto della pila scoperta al centro del tavolo. Prima ancora che io scopra la mia, tu stai già urlando “macchina”, “chiave di violino”, “lampadina”, “bomba”, “coso” (coso è un mirino ma siccome non ti ricordi mai come si chiama abbiamo stabilito che può chiamarsi semplicemente coso).

Sai, tu non puoi saperlo ma faccio gli stessi errori anche con Agata . Ogni tanto mi perdo il filo del discorso che abbiamo cominciato mesi fa. Si direbbe mi distraggo. Perdo di vista dove sono, mi lascio bagnare da quel temporale che non solo mi bagna ma mi assorda e allontana. Ultimamente avevamo preso un impegno. Era un impegno importante ed era una cosa a cui tenevamo entrambi. Nessuno lo aveva caricato di eccessiva aspettativa ma si vedeva nella cura con la quale ne parlavamo, persino nella scelta delle parole, che tenevamo entrambi tanto a questa cosa. Poi io mi sono distratto solo un attimo. È stato davvero un istante e il mondo fuori si è infilato nella mia mente come una legione romana in un villaggio gallo. In quel singolo istante sono stato capace di spostare quell’appuntamento in avanti, convincermi di averne già parlato con lei, rassicurato che fosse tutto ok per entrambi. A lei avevo solo detto “ne parliamo più tardi” e quel più tardi è stato letteralmente cancellato da tutto quello che nel frattempo entrava e usciva dalla mia testa come treni della metropolitana di Tokyo. Tutto qua e in breve quel buco di un semplice istante aveva contaminato tutto il resto facendolo diventare un colabrodo di disattenzioni. A quel punto non mi restava che fare come faccio con te, afferrare il nostro mazzo di Dobble e chiederle di mettersi a sedere e urlare i nomi dei simboli presenti sulla sua carta e su quella in cima al mazzo. E lei me lo ha lasciato fare. 

E adesso che ti racconto queste cose, mi rendo conto di quanto sia difficile aver cura delle persone alle quali si vuole bene che, in definitiva, vuol dire voler bene anche  a se stessi. Voi accettate l’idea che io ogni tanto sia distratto e prendete per buoni i miei tentativi goffi di rimediare. Tu mi chiami sovrastando ogni altra cosa per catturare la mia attenzione, Agata invece usa il sistema opposto. Si fa piccola piccola, fino a diventare immobile e muta e quel silenzio mi urla contro e mi sveglia. Vorrei essere meno distratto, avere la capacità di mettere ogni cosa al suo posto e trovarcela solo quando serve, dare a te e a lei tutto il tempo e le attenzioni che sento. Ma se i condizionali fossero paglia potrei riempirci un fienile e con quel fienile non sfamerei nemmeno un pony già sazio. Sicché non prometto, ora faccio. E per fare ho un piano: la prossima volta che staremo insieme, io e te, io e Agata o magari tutti e tre, vi sorprenderò. Tirerò fuori dal mio zaino la scatola di latta di Dobble e mentre nessuna delle due se lo aspetterà, vi dirò “facciamo una partita?”.

La valigia

Questa città, il paese dei tuoi nonni, casa mia, casa di tua madre, il mercoledì e il giovedì, i fine settimana alterni, gli oggi però, i domani da un’amichetta, il cinema, il pattinaggio, poi doccia e subito a letto e la cena? La cena, è vero. I giocattoli da me, quelli che non sappiamo più dove mettere e regaliamo di nascosto perché se te ne accorgessi ne faresti una tragedia, i grembiuli di scuola, lo zaino con le rotelle (e per fortuna), la cintura di sicurezza (amore, te l’allacci da sola?), la merenda, la spesa, il cappotto, la sciarpa, il cappello che fa freddo, la canottiera (amore, mettiti la canottiera nei pantaloni, per favore). 
Sei innegabilmente una bambina con una valigia in mano. Un po’ lo sono tutti i bambini. Eternamente scarrozzati da una parte all’altra del quartiere, della città, del mondo per riempire ore e mezze di attività sportive, ludiche, ricreative, sociali, scientifiche, linguistiche, emozionali, comportamentali, agonistiche, ingegneristiche, spaziali. La tua valigia è mediamente piena di piccoli oggetti che scegli con cura nello spostarti da una casa all’altra. Un quadernino, una penna, qualche peluche preso solo apparentemente a caso dal cassettone dei peluche che hai sotto al letto, un binocolo o una lente di ingrandimento, uno squishy, un gioco da tavolo, delle carte, qualche volta una barbie o una lol, delle figurine, altri pupazzi senza nome. Tutte cose che rimangono regolarmente nella sacca in cui le hai infilate, adagiate accanto alla porta e che, mi rendo conto, servono probabilmente come àncora tra una casa e l’altra. Prima di dormire – è una cosa alla quale ormai sono abituato (ammesso che ci si possa davvero abituare a questo) – mi dici spesso “mi manca mamma”. Io sminuisco senza farlo davvero. Ti prendo un po’ in giro. Poi ti consolo dicendoti “ma la vedrai domani/dopodomani” oppure ti passo il mio telefono e ti dico di chiamarla. Tu mi permetti di consolarti e qualche volta, qualche volta soltanto, dici “quando sono con te mi manca lei e quando sono con lei mi manchi tu”. Io a questo non ho mai imparato a rispondere e non imparerò probabilmente mai. Fingo di non essere colpito, ti racconto storie di bambini che hanno genitori che vivono o lavorano lontano, che vedono davvero raramente. Provo a farti ragionare sulla fortuna che hai nell’avere due genitori uniti, solidali, vicini, di quanto tu possa stare con me o con tua madre senza limitazioni o privazioni, di quanto sia bello poter fare qualche volta anche cose insieme, di quanto tutto questo non sia affatto scontato anche in una famiglia normale. Raramente mi sembri soddisfatta, forse un po’ rassicurata, non soddisfatta.
Nei giorni successivi a quelli in cui sei da me, ripercorro le stanze di casa osservando il tuo fantasma che saltella tra il salotto e la cucina, che si raggomitola sul letto per guardare un cartone animato, che appare all’improvviso alle mie spalle mentre sto lavando i piatti per farmi “bu!”, che è in bagno interminabili ore per fare la cacca, seduto alla scrivania in una posa da contorsionista per fare i compiti. Raccolgo le cose che hai lasciato sparse in giro, sistemo i disegni che inevitabilmente (e per fortuna) hai lasciato e qualche volta trovo qualche sorpresa. L’altra mattina, per esempio, passavo l’aspirapolvere in camera e nella fessura tra la parete e l’armadio ho trovato un pacchetto di confetti. Non c’era finito per caso, lo avevi nascosto tu, proprio lì. Sono confetti alla menta a forma di gessetti (uguali uguali a quelli che servono per scrivere alla lavagna). Te li hanno lasciati gli elfi in una delle caselle del tuo calendario dell’avvento. Eri un po’ delusa perché quando li hai assaggiati hai scoperto che erano alla menta. Mi sono immaginato che avresti voluto portarli a scuola, mostrarli orgogliosa alle tue amiche, inscenare una scenetta divertente nella quale li avresti presentati come gessetti per scrivere e poi davanti allo sconcerto generale ne avresti morso uno. La menta rendeva impossibile tutto ciò. Così me li hai lasciati a casa, spiegandomi che, in fondo, gli elfi non possono sempre indovinare. A me questo è bastato per pensare che quel sacchetto trasparente fosse a mia disposizione. Tanto è bastato anche ad Agata che, a dire la verità, me li aveva lasciati perché potessi farteli avere tramite gli elfi e che di suo ne andava già matta. È per questo che dopo qualche giorno hai ritrovato il pacchetto sulla mia scrivania decimato della metà dei gessetti. L’hai visto, hai pesato l’entità del danno sul palmo della mano e hai fatto quella faccia che fai quando vuoi fingere di essere arrabbiata. Hai detto quel “papi” con la a lunghissima e mi hai spiegato che gli elfi li avevano portati a te i gessetti, non a me. Mi hai fatto uscire dalla stanza e quando sono rientrato i gessetti erano spariti. 
Ecco, te lo scrivo qui. Magari lo leggerai tra qualche anno, quando i gessetti saranno scaduti. Nel frattempo li ho solo spostati per passare l’aspirapolvere. Poi li ho rimessi lì. Prima però ne ho mangiato uno. Uno solo, davvero.

Tutto tu vuoi

Questa bambina non sei tu, ma potresti esserlo. Forse lo sei davvero. Questa bambina si chiama Ah. 
Proprio così, Ah. Come uno sbadiglio, come la prima nota di una risata, come dire “ho capito”. È un nome tra i sogni, la felicità e l’intelligenza. Secondo me è un nome bellissimo, e se fossi stato meno tradizionalista, se avessi avuto meno anni, idee più folli e l’ardire di seguirle, se tua madre non avesse saputo da sempre il tuo nome, adesso anche tu potresti chiamarti così.

Ah è nata in un giorno di pioggia sottilissima, aghi d’acqua tanto fini e innocui che non riuscivano a bagnare nessuno. Quel giorno il sole è sorto alle cinque e quarantasette minuti e tramontato inspiegabilmente due ore più tardi rispetto a quanto riportava l’almanacco. In quelle due ore Ah è rimasta quasi immobile nella sua culla, la sua mamma guardava oltre la finestra aspettando che la luce calasse, il suo papà guardava il suo cuore ormai perso, addormentato nel piccolissimo torace di Ah. Anch’io ho fatto questo nel tuo primo giorno di vita; guardavo te, instancabilmente, e guardavo il mio cuore scindersi come un atomo, diventare tuo, e crescere crescere. Crescere.
Ah non ha un’età precisa. Non è possibile stabilire quanti anni siano trascorsi dalla sua nascita. Fino al suo terzo compleanno ci sono state torte con candeline rosa, poi non più. Poi i pensieri e le parole di Ah hanno cominciato a evolversi in maniera spropositata, non appartenevano più a quelli di una bambina della sua età, non potevano essere contenuti in un numero. Cinque, sei, sette anni, nessuna di queste lancette le apparteneva. Tutto ciò che faceva era così stupefacente da non poter essere misurato, controllato. Il tempo non era più necessario. Lei ragionava con la saggezza di ottanta lune, comprendeva ciò che ai bambini viene celato, per proteggerli, si dice serva a proteggerli. Osservava apparentemente indifferente comportamenti che sarebbe stata presto in grado di ripetere con la precisione di un liutaio. Imparava termini mai usati da nessuno, disegnava mondi sconosciuti, abitati dalle persone a cui voleva bene. Disegnava enormi barche di zucchero e tendoni del circo in fiera nel cortile della sua casa. Al timone suo padre. Sul filo, sospeso tra una nuvola e una stella a trenta punte, suo padre. Marinaio ed equilibrista. E medico, dottore di tutte le malattie curabili con le caramelle. 
Ecco, queste cose possono sembrare sciocche. Ecco, non lo sono. Queste cose sono le stesse che fai tu, e credo le stesse che faccia ogni bambino del mondo, ma tu le fai meglio. Ogni bambino le fa meglio. 
Ogni bambino dal niente genera mondi irrazionali, eppure di quei mondi sa dire, raccontare, spiegare, con una logica convincente al punto da lasciare senza fiato il più illustre rettore universitario. Ogni bambino ha fermato il tempo il giorno in cui è nato. Tutti i bambini hanno rallentato la rotazione terrestre consentendo al sole di splendere più a lungo. È da qui che nasce l’espressione venire alla luce, non si tratta solo della luce fuori dal pancione delle loro mamme, è una luce speciale, un bacio dal cielo alla culla, lungo il tempo che serve a capacitarsi di quanto possa essere eccezionale il miracolo che avviene da sempre, eppure non riesce a perdere neanche una sfumatura d’ombra dello stupore che si trascina dietro a ogni respiro, passo, gesto.

Ti racconto questa cosa. Ah un giorno era a casa, era pomeriggio, sua madre le stava preparando il pane con la confettura di albicocche, le piacciono molto le albicocche. Suo padre non stava bene: solo un po’ di febbre, qualche starnuto. Ad Ah era stato detto di non avvicinarsi a lui, avrebbe potuto ammalarsi. Camminava appena, instabile, i passi strani dei cuccioli, che sollevano troppo le ginocchia e sembrano avanzare come muovendosi nel cerchio di una danza africana. Con quei passi è andata verso la stanza del suo papà, sua madre a rincorrerla per portarla indietro, invece non ce n’è stato bisogno. Ah si è fermata davanti alla porta, l’orecchio teso fino all’istante in cui un colpo di tosse è riuscito a sovrastare il volume basso della televisione, allora si è voltata, “tosse”, ha detto, l’espressione vagamente contrita andava trasformandosi in sollievo. “Tosse solo”, ha pronunciato queste due parole come a stabilire che era tutto a posto, tornando in cucina e sedendosi sullo sgabello, finalmente serena. Non so cosa siano le malattie per i bambini, un pericolo suppongo, intuiscono l’ipotesi degenerativa che si cela dietro quel termine, quella condizione. So che la premura e la dolcezza di Ah, che senza entrare, senza disturbare, si accerta che il suo papà sia malato ma ci sia, che stia bene in fondo, che la sua sia solo tosse, per me è una cosa così grande, dolce, così piena di protezione, interesse, e potrei andare avanti e riempire pagine di aggettivi, ma non lo farò. Dirò solo che per me sei tu, i tuoi baci piccolissimi, infiniti, pronti, come urgentissimi. La tua capacità d’intuire, sapere qual è il momento in cui quei baci mi servono davvero, e mi servono così tanto che non ricordo più di che colore fosse il mare, che sapore avessero le arance prima dei tuoi baci. 

Lascia che ti racconti ancora qualcosa. Ah ogni tanto canta qualche strofa della canzone preferita di suo padre, anche tu lo fai. È normale, va bene, facciamo finta che sia normale, ma non lo è. Ti piacciono canzoni diverse da quelle che ascolto io, eppure di tanto in tanto mi concedi di ascoltare dalla tua voce, che lo sai, è la mia voce preferita in assoluto, la versione live della colonna sonora di un pezzetto della mia vita. Non è normale quello che mi succede, non è normale come mi sento, dura un istante, un momento di comunione tra te, me e chi sono stato prima ancora che tu esistessi. Quell’istante non è normale.
Ah ha i suoi gusti, oltre alle albicocche le piacciono molto il cioccolato e la polenta che fa sua nonna in inverno, che è anche il piatto preferito di suo padre. Tu hai i tuoi gusti, ti piacciono le patatine e il gelato, non ti piace il cocomero. Allora, il cocomero piace a tutti. A tutti. È grande, tondo come un pallone da spiaggia, verde come una zebra se le zebre facessero la fotosintesi, e poi è rosso, dentro è sorprendentemente rosso, questo basta a renderlo fantastico. Poi c’è il fatto che il cocomero non lo trovi dal fruttivendolo tutti i giorni, come le carote, no, devi aspettare l’estate, il caldo, la fine della scuola, allora il cocomero diventa prezioso e spensierato, freschezza dopo tanto sudare. Il cocomero piace a tutti, per forza. Ma a te no. E neanche a me. Capisci? Vogliamo tornare a dire che è normale anche questo? Va bene. È normale. È normale solo se non sei un padre però. Altrimenti è magia, è qualcosa di mio che è cresciuto dentro te, qualcosa che non potevo immaginare fino al giorno in cui hai rifiutato quella fetta rossa e hai fatto la stessa faccia che credo di aver fatto io la prima volta in cui qualcuno mi ha messo davanti un cocomero dicendomi di assaggiarlo. Dicendomi che era buono, troppo buono.

Ah, e questo non è il nome di quella bambina. Ah adesso è il mio sbadiglio, il prologo di ogni volta che sogno di averti con me, è la prima nota della mia risata quando mi rendo conto che non ho bisogno di sognare, tu ci sei. 
È la parte più vera di me che comprende quanto meravigliosa sia la vita. Ah, ho capito. È questo il senso di tutto.
La tua vita, e la mia dentro la tua.

Culodritto

Quando siamo entrati a casa di Giacomo e Anne tu hai trascinato la tua valigetta fino al centro della stanza, hai fatto un giro a 360 gradi e hai esclamato “ma questa casa è piccolissima!”. Io ti ho fulminato con lo sguardo mentre Giacomo e Anne sono scoppiati a ridere. Tu non hai capito né le loro risate, né il mio sguardo e hai aggiunto: “ma come si fa a vivere in una casa così?”.
Lui allora ti si è avvicinato, per prenderti la valigia di mano e provare a spiegarti che a Parigi le case sono molto piccole ma che la gente si ingegna per renderle più vivibili, soppalcandole, arredandole su misura, riducendo all’essenziale le cose che servono per vivere.
Nel frattempo, io avevo raggiunto la finestra spalancata e sporgendomi sono rimasto folgorato, come fosse la prima volta, dal grigio bello di Parigi e dal Sacro Cuore che spuntava prepotente dietro all’ultimo palazzo a destra del mio sguardo. Alle mie spalle ho sentito lo scricchiolio del legno del soppalco accogliere i tuoi passi, mentre girandomi ti ho trovata affacciata a due metri d’altezza che mi facevi “ciao ciao”, ormai perfettamente integrata nella nostra casa parigina.

I tre giorni che sono seguiti sono volati come una parentesi leggera, tra baguette, croissant, quiches, la Senna, il palazzo dell’evoluzione, e cenette attorno al tavolino di Montmartre con prosciutto, salame, formaggi e vino. Tu osservavi ogni cosa e a me pareva di vederti così grande e indipendente da chiedermi se fossi tu a portare in giro me o io te. 
È stato così strano trovarsi per la prima volta all’estero, noi due soli. Mentre io ti racconto le cose che ricordo di Parigi e tu mi chiedi cosa significa “merci”, “aujourd’hui”, “toujours”. Poi ci fermiamo a comprare i biglietti della metro e io ripeto nella maniera migliore che posso la frase che ho tradotto di nascosto qualche minuto prima su google translate, osservando con la coda dell’occhio la tua espressione e riempiendomi il petto. Mi chiedo quanto di tutto questo rimarrà nella tua memoria, quando un giorno saprai raccontare del viaggio a Parigi che facesti a sette anni da sola con tuo padre. Quanto vorrei essere in quel momento che verrà per scoprire se sarò stato un padre divertente, coraggioso, simpatico, socievole, spigliato, il miglior padre del mondo, come ogni tanto mi dici.

Intanto, l’ultimo giorno andiamo alla Torre Eiffel che da mesi vuoi vedere, sin da quando hai cominciato regolarmente a vederla sullo sfondo di ogni puntata di Ladybug. Arriviamo sotto la torre e, come sospettavo, tu mi chiedi di salire in cima. Io allora ti propongo di prendere le scale perché, ti dico, “così potrai ricordarti della volta che tuo padre ti costrinse a scalare una torre alta 300 metri”. Tu mi dai retta e mi segui. Ci imbarchiamo allora nella nostra impresa, divertendoci a contare i gradini e scoprire solamente quando abbiamo superato la metà che il numero è scritto di dieci in dieci al lato della scalinata. Poi arriviamo al primo piano, per premio ci regaliamo una ciambella gigantesca nel bar con la vista sulla città e io ti propongo di proseguire almeno fino al secondo piano. Tu accetti ancora, stringendomi la mano. Al quattrocentisimo gradino però mi dici che non ne puoi più. Ci affacciamo allora alla balaustra e guardiamo fin dove lo sguardo riesce a vedere. Contempliamo Parigi, le nuvole che compongono animali giganteschi, lo strano sole che illumina i tetti.

Vedi, tesoro, ho pensato una cosa mentre eravamo sull’aereo di ritorno. La scrivo per non dimenticarla. Mi sono sempre addormentato istantaneamente ogni volta che sono salito su un treno o un aereo. Con te non è possibile perché vuoi che ti tenga compagnia e ti dica dettagliatamente cosa fare per non annoiarti. Così è andata anche stavolta. La mia testa, subito dopo il decollo, ha cominciato a penzolare e tu mi hai baciato, lasciandomi un bacio al sapore di Kinder Bueno sulla barba e chiedendomi di non dormire. Io allora ho preso il tappo della bottiglietta che avevamo davanti al sedile e ti ho detto “sotto mano di papà, dove sta qui o qua?”. Tu hai indovinato e a tua volta hai ripetuto il giochino. Quando è toccato di nuovo a me però ho lasciato che il tappo mi scivolasse sotto una gamba e ti ho chiesto di indovinare. Naturalmente non lo hai trovato e io non ti ho mostrato il vuoto che avevo pure nell’altra mano. Ho ripetuto lo scherzo per altre 10 forse 15 volte e tu ogni volta sbagliavi e ti arrabbiavi con te stessa per la sfortuna che avevi e mai, mai, hai pensato che anche l’altra mano potesse essere vuota. Fino a quando mi sono messo a ridere e ti ho rivelato lo scherzo. Ecco, amore, la fiducia cieca che hai in me è qualcosa di così unico e raro che probabilmente non esiste in nessun altro luogo della vita. Non so quando arriverà il momento in cui tutto questo si spezzerà e semplicemente dubiterai di me. Fino ad allora, io sarò il tuo eroe e potrò farti scalare 400 scalini della Torre Eiffel come fosse un gioco o convincerti che una mano chiusa contiene inevitabilmente un tappo. Tutto questo non ha nome ma è senz’altro la sensazione più bella che io abbia mai provato. Ecco, volevo farti una promessa anche se non so quanto saprò mantenerla. Volevo prometterti che non nasconderò mai più il tappo.