Breathe

Non sempre potrai fidarti di tutti nella vita, un po’ l’hai già capito. Ci sono persone che godono nel veder soffrire gli altri, come se si nutrissero del loro dispiacere, e lo alimentano, lo provocano, lo cercano. È successo così anche con l’amica della tua amica. Una bambina che conosci di striscio perché frequenta un’altra sezione e alla quale mai ti saresti sognata di far qualcosa di male. Non ha avuto la stessa premura lei per te e, dopo aver passato un pomeriggio a giocare insieme, probabilmente osservando il tuo sguardo timido, le tue parole posate e controllate, i tuoi gesti che non fanno rumore, ha pensato bene di andar a parlar male di te in giro il giorno dopo. Te lo ha detto Silvia, che è una tua amica fidata. Ti ha detto che le aveva raccontato che sei antipatica e sei antipatica anche a Paoletta, che è stato il tramite che vi ha fatto incontrare.
Ti è allora crollato il mondo addosso e mi hai dato un’altra di quelle lezioni di maturità che tiri fuori quando meno me l’aspetto. Ti sei tormentata una notte intera a chiederti e chiedermi se davvero Paoletta potesse pensare di te questo e il mattino dopo appena siete rimaste solo glielo hai chiesto. Bam! Schietto e diretto. Lei ti ha risposto che no, non le stai antipatica. Come puoi pensarlo? Vi siete date un abbraccio (questo non so se sia successo ma voglio immaginarmelo così), e siete tornate con gli altri.

Quando me lo hai raccontato ti ho detto che eri stata brava e che molte persone non sono capaci di farlo. Si accontentano della prima versione che trovano dei fatti, la incartano se la ficcano in tasca e se la tengono per sempre lì, mutando atteggiamenti, espressioni, consuetudini che hanno nei confronti degli altri.
Chissà, ho pensato senza dirti, forse facevo la stessa cosa anch’io quando avevo più o meno la tua età e poi ancora dopo, quando ero più grande, andavo alle medie, iniziavo il liceo.

Ero timido, introverso, spigoloso. Ma volevo, lo volevo davvero, fare amicizia con gli altri. Alcuni di loro erano divertenti e simpatici. Passavamo del tempo insieme, c’era pure una specie di legame. Eppure arrivava sempre qualcuno che mi allontanava o dal quale mi facevo allontanare. Invidiosi o prepotenti, mettevano le loro risate tra me e gli altri, le loro battute ironiche, il sarcasmo spicciolo che può avere un bambino che difende il proprio territorio. E io me ne andavo. Ritornavo dentro la mia tana di solitudine e tristezza, a guardare il mondo che scorreva fuori dalla finestra della mia stanza. Ero solo, dentro e fuori. E disegnavo confini e limiti dentro i quali non mi era permesso spostarmi o allontanarmi, dirazzare. E quelle linee tratteggiate aumentavano ogni giorno d’intensità e volume e io finivo per essere il segnaposto di Google, perennemente inchiodato al perimetro di una stanza.

Quanto sarebbe stato facile, far quello che hai fatto tu. Andare incontro alla paura e chiedere: è vero? Sono io il problema? Ma che lo fossi o no, il problema non si muoveva dal posto che gli avevo dato.

Una volta uno dei bambini simpatici mi disse “gli altri dicono che tu sei uno spione perché ci guardi sempre dalla finestra”. Lo disse senza cattiveria, col tono di chi non crede a ciò che dice. Non seppi cosa rispondere. Mi allontanai e piazzai un nuovo confine tra me e un’altra persona. Quella stessa sera, sentivo le loro voci che chiacchieravano nella panchina sotto la mia finestra. Mi sforzai con tutte le forza che avevo di rimanere sotto le lenzuola e resistere alla tentazione di alzarmi e guardare. Ma li sentivo parlare e parlavano anche di me. È probabile che piansi o covai vendetta e violenza. Qualunque cosa feci, rimase sotto le lenzuola quella sera e tutte quelle che seguirono. Non fui mai capace di integrarmi in quel gruppo che finì per essere il gruppo degli altri. Persi anche le poche amicizie che avevo iniziato e forse anche per questo quando a 19 anni partii per venire qui all’università, sentii che non era solo l’inizio della mia vita da adulto. In qualche modo, era un inizio assoluto.

Puoi passare la vita intera a nasconderti ma prima o poi ciò che fuggi ti troverà. E quello che fuggi non è quasi mai ciò che pensi. Io scappavo dagli altri ma in realtà scappavo da me. Ci ho messo quasi 20 anni per capirlo e oggi che ne ho il doppio ho capito che la vita è più semplice di quanto ce la possiamo ingarbugliare. Spesso vediamo muri davanti a noi, ma se ti avvicini – come hai fatto tu – scopri che quel muro è un foglio di carta che se soffi si stende su un lato e ti lascia respirare.  

A.R.

Paolo ha avuto un brutto incidente in moto. Lui filava dritto sulla statale. Una macchina in senso contrario si è ricordata all’ultimo minuto di girare e ha virato bruscamente a destra, travolgendolo di netto. Paolo è sbalzato a tre metri da lì, oltre la recinzione dei campi, tra l’erba, le foglie e la terra umida del mattino. Paolo tu non lo conosci. È uno di quegli amici di cui non hai nemmeno mai sentito parlare. Appare e scompare dalla mia vita, come io dalla sua. Intermittente come l’acqua dei fiumiciattoli di paese, che dai per vinti, sconfitti, per buona parte dell’anno, come rigagnoli preistorici di cui rimane solo un letto di selci. Poi, quando meno te l’aspetti, risgorgano in piena. Ora Paolo è in un letto d’ospedale da quasi un mese. Combatte una guerra solitaria, senza commilitoni e guardie, per colpa del Covid e di queste regioni giallo, arancioni, rosso che impediscono a chiunque di stargli accanto.
Ho saputo del suo incidente solamente dopo due settimane. Non ci sono rimasto male. Con lui è sempre stato così. Esserci e non esserci è uguale. Non nel senso negativo ma in quello dell’amore e l’amicizia che non vuole resoconti o riepiloghi. Prima è stato una sparatoria a salve di “come? Ma quando? Perché? Adesso?”. Poi nella sua voce ho trovato la stanchezza di dover ripetere a ognuno il racconto di cui vorresti solo liberarti e ho smesso di pungerlo, realizzando che l’unica cosa che davvero in questo momento gli manca è la normalità. 

Così da quel giorno ho cominciato a mandargli dei messaggi vocali, nei quali gli racconto di me, di te, delle cose che fai, di Agata, dei voli col drone, dei progetti strampalati che mi riempiono la testa, delle piccole grandi tragedie della nostra piccola enorme vita. Senza rendermene conto, al termine dei miei podcast (così li chiamo, perché possa ascoltarli quando vuole), gli dico sempre “devi farcela perché tu sei tutti quelli che ti vogliono bene e tutti quelli che ti vogliono bene sono te”. È una banalità forse, che m’è venuta una sera, senza averla pensata prima. Ma era una banalità che stava proprio qui dentro ed è uscita con la naturalezza di un respiro. È la banalità più vera che abbia mai concepito. 

Con Paolo è così. C’è tanto silenzio tra un incontro, una chiamata e l’altra. Poi arriva qualcosa che scaraventa con la forza di una slavina addosso a entrambi la potenza della fratellanza. 
Durante il mio cammino verso Santiago evitavo di sentire chiunque. Volevo stare solo e accendevo il telefono solo per chiamarti, la sera prima di dormire. Quando ero ad un paio di tappe da Santiago e avevo in corpo la consapevolezza dell’arrivo, ricevetti un suo vocale. Senza sapere esattamente dove fossi, come e se ci fossi arrivato, mi diceva che era fiero di me e con la voce strozzata dal pianto mi diceva di volermi bene e di aver avuto fiducia sin dal primo istante in me. Dio quanto ho pianto. In quel momento nessuno poteva sapere dov’ero e come stavo e quest’uomo lo sapeva. Senza che io gli avessi detto nulla, lo sapeva. Eravamo nello stesso posto, vicinissimi e umani. E gli ho voluto bene come si può voler bene solo alla propria famiglia.

Adesso Paolo sta soffrendo. Quando trova la forza di afferrare il telefono, tenere premuto il tasto del microfono, risponde ai miei vocali. Mi racconta di corsie d’ospedali, busti ortopedici, sale operatorie, anestetici e dolori che non sa descrivere. Io lo ascolto e piango. Penso alla sua vita, alle sue gambe, al suo torace, alla sua espressione sempre timida e sincera. Mi metto seduto lì al suo lato e rimango a sentire il suo respiro affannato mentre riprova per l’ennesima volta a dormire.   
E penso che adesso le luci di Marsiglia debbano apparirgli proprio lontane e che l’unica cosa di cui un uomo abbia bisogno sempre è sapere, credere, che la vita esiste ancora e non bisogna lasciarla andare. E aspetto che mi guardi con i suoi occhi lucidi e stanchi e gli racconto ancora una volta di quella intervista che Muhammad Ali rilasciò dopo aver sfiorato il knockout nell’incontro della vita con Earnie Shavers (È una storia che non conoscevo e me l’ha raccontata di recente Agata, parlandomi dell’incipit del nuovo  libro di Nesi). 

Ali disse che dopo quel cazzotto feroce, le gambe – proprio le gambe – gli dissero che non era più il caso di starsene lì in piedi a combattere. Ma che lui non volle dar loro retta e fece l’unica cosa insensata e assurda che quel briciolo di vita rimastogli dentro gli dettava di fare: rimanere in piedi. Rimase solo in piedi. Poi vinse e tutto il resto. Ma intanto, rimase in piedi. E questa cosa te la voglio dire a te, figlia mia, perché dio solo sa quante volte nella tua vita sentirai il desiderio, il sogno, la voglia di lasciarti andare e forse rimanere sconfitta. E lo voglio dire al mio amico Paolo che annaspa tra lenzuola bianche e ferri che gli tengono tese ossa che non sa nemmeno più di avere. Restate in piedi. Nient’altro che questo. Perché il resto verrà e saranno vittorie, campionati del mondo e cinture d’oro scintillante. Ma intanto, l’unica cosa che conta davvero, è restare in piedi.

Traslochi

Ho preparato una scatola. Anche se davanti alla porta adesso ce ne sono due. L’altra contiene i maglioni e i calzini invernali che provengono dal cambio di stagione. Nella scatola che ho preparato ho inserito invece i tuoi colori, i pennelli, tutta la cartoleria, alcune foto, due piccole scatole che chiamo le scatole dei ricordi (piene a loro volta di foto, lettere che provengono dalla preistoria, oggetti che per un motivo o l’altro hanno segnato la mia vita fin qui), due casse bluetooth, tanti cavi che non so bene a cosa servono ma che per scrupolo o perché non saprei in quale bidone della differenziata buttare, sto portando con noi. È solo l’inizio, mi sono detto, mentre chiudevo il coperchio della scatola di plastica di ikea e lanciavo uno sguardo alla scrivania ancora piena di cioccoli che non avevano trovato collocazione nella prima scatola. 

Quanti traslochi avrò fatto nella mia vita? Mi è venuto da chiedere, osservando quanto col tempo si sia in fondo ridotto l’ingombro che mi porto dietro di casa in casa. 
Tutti i miei libri giacciono nella cantina di un mio amico da tre anni, alcune cose tua madre ha a tutt’oggi la pazienza di conservare: il mio hi-fi e qualche libro che, di tanto in tanto, quando mi ci cade lo sguardo sopra, domando retorico “questo è mio?”, ritrovando la sua risposta scettica “non credo. Mi pare lo avevo preso a casa di mia madre”. A poco serve rincorrere i ricordi, fermarsi al momento in cui avevo comprato Kaputt su ebay a quattro soldi in un’edizione vecchia di 40 anni. Ormai è suo o tuo, per quando sarai grande. Certamente non più mio, come forse non lo è mai stato, espropriatomi dalla lettura che gli ho negato nell’attimo in cui era atterrato tra le mie mani. 

Sono così tristi i traslochi che non vorresti mai farli da solo. Ne parlavo anche nel mio romanzo rimasto inedito. Raccontavo un trasloco immaginario nel quale lui veniva affiancato da una lei premurosa e pragmatica. Nella realtà anche in quel trasloco ero solo. Sono tristi i traslochi perché ti costringono a scegliere. Scegliere cosa portare, cosa non scegliere per il momento, cosa buttare. E nel farlo passi in rassegna la tua vita, gli oggetti che l’hanno composta o accompagnata, li soppesi sulle dita, ti chiedi “ne ho davvero bisogno?” e la risposta non è mai perentoria. Mi piace fantasticare da sempre sulle ditte di traslochi. Persone incaricate di sondare le tue stanze, impacchettare, ordinare, scegliere per te. Poi ti portano tutto nella tua nuova casa, spacchettano, impilano, incasellano, ordinano di nuovo. Tu hai il solo compito di infilare la chiave nella serratura ed entrare nel nuovo capitolo della tua vita. 
Certe cose però probabilmente non esistono e me le immagino come immaginavo a scuola macchine del tempo che mi avrebbero portato avanti e dietro nelle 3 ore del compito di latino per rubare al futuro informazioni preziose da rendere al me impacciato del passato. 

Quando sono andato via dalla mia ultima casa da studente per andare a vivere con tua madre, tranquillizzato dal fatto che uno dei miei coinquilini storici rimaneva a vivere in quella casa, ho lasciato buona parte delle cose che avevo in due armadi in corridoio che avevo fatto miei. Pensavo che nelle settimane successive sarei andato a riprendere tutto. Di fatto non ci sono mai tornato. È stato così che ho perduto un pezzo di coperta di lana ricamata a mano da mia nonna per quando nei pomeriggi d’inverno avrei studiato al freddo (ti terrà calde le gambe, così mi aveva detto). E a distanza di 11 anni, vorrei ancora avere una Delorian che mi porti a non dimenticarla. (A proposito, sai che Agata ha chiesto al mio coinquilino se per caso la coperta era ancora in giro in casa? Volevo regalarmela per il mio compleanno. Sarebbe stato folle e pazzesco ma non ha funzionato).
Sono così i traslochi, mi dico adesso che provo a riflettere su quanto ho imparato dai miei tanti traslochi trascorsi, tentando in tutti i modi di dare un luogo, una posizione, un biglietto per imbarcarsi in una scatola a qualunque cosa. Eppure non c’è trasloco senza sacrificio. Provo a trovare un senso da riferirti in questa ultima lettera di inizio agosto, prima di ritrovarti tra più di un mese. Ci penso, non lo trovo. Forse, mi dico, è solo una questione d’ordine e costringersi a trovarne uno al momento del trasloco è una specie di forzatura o di inganno al quale ci sottoponiamo senza capacità concreta e reale. L’ordine è nelle cose di ogni giorno, nel mettere un libro al suo posto, un fumetto impilato con gli altri, una bambolina nella scatola dei giocattoli, un pezzetto di Lego insieme ai restanti. Vuoi vedere, amore mio, che la lezione che dovremmo imparare è di dover ricominciare in maniera differente da tutti quelli precedenti? E forse il “ri” è davvero di troppo. Facciamo che stavolta cominciamo?

Costruire

Esattamente un anno fa cominciavo a scriverti queste lettere. Sentivo che ogni istante della vita che trascorrevamo insieme e di quella parte di esistenza durante la quale eravamo distanti, aveva una quantità di informazioni che sarebbero andate perse se non le avessi catturate e impresse da qualche parte. Fotografie, fotogrammi o piccole clip del girato dei nostri giorni insieme e lontani. Cominciai allora a scriverti, immaginandoti come interlocutore presente e futuro. Ho sempre provato a essere più onesto che potevo. Mai romanzando, anche quando la tentazione di farci apparire più belli e divertenti e simpatici era forte. Siamo solo io e te, tu e io. E abbiamo riempito quaranta lettere in un anno: dodici mesi, cinquantaquattro settimane, trecentosessantasei giorni, ottomilasettecentoottantaquattro ore della nostra vita.

Sai, avevo ragione. In queste lettere sono rimasti appiccicati un sacco di ricordi che avremmo perso. Alcuni, immagino, li avrei persi solo io. Altri tu. Altri ancora entrambi. Sono invece qui dentro. A distanza di un solo anno, li ho ritrovati già, sfogliando queste lettere sin dall’inizio e ho provato quella sensazione che si prova quando ritrovi una foto del passato, la guardi e rivedi quella maglietta che indossavi e improvvisamente ti ricordi quanto le eri affezionato, quando o come l’avevi avuta, alcuni dei giorni nei quali l’avevi addosso. Ho un ricordo così. Di una maglietta blu elettrico dell’Energie che avevo durante il primo o secondo anno del liceo. Blu, con delle righe rosse che percorrevano perpendicolari le spalle e la E che aveva la forma di una freccia sul petto. Tamarrissima, diremmo oggi. Eppure mi ci sentivo un figo. La mettevo negli ultimi giorni di scuola. Elasticizzata e aderente (allora potevo permettermelo), sopra ai miei pantaloni strappati alle ginocchia e con i capelli a spazzola ingellati, mi sentivo gli occhi delle ragazzine della mia classe addosso e stavo bene.

Siamo stati bene allo stesso modo in molte delle storielle che ho raccontato finora. In alcune appariamo davvero buffi. Mi commuove un po’ leggere a ritroso le cose che ci sono successe nell’ultimo anno e sorrido quando sembriamo una coppia consumata del cinema che fa gag esilaranti. Se fossimo ad un pranzo di un matrimonio e questo fosse il mio discorso agli sposi, direi una di quelle frasi che si sentono sempre in questi casi: “quante ne abbiamo passate insieme!”. Belle ma anche brutte. Qui dentro, infatti, ci sono anche tante lacrime che insieme e separati abbiamo versato.
Quando sarai grande e le leggerai, ci ritroverai dentro i miei tentativi goffi di farti imparare a riconoscere Bruce Springsteen, la passione per Guccini, i disegni belli e quelli che abbiamo rovinato, le delusioni che ti hanno rifilato alcune tue amiche, alcuni dei giochi che facevamo, le passeggiate per Roma, la paura del virus, il rapporto con tua madre, molti dei ricordi del mio passato (alcuni dei quali affioravano proprio mentre ti scrivevo), la nascita di un nuovo amore, gli attimi belli e emozionanti del vostro primo incontro, i nostri tic, i film, le canzoni, la montagna, le favole, i giocattoli, le macchine fotografiche e la fotografia, i libri, i compiti, la scuola, gli amici, i desideri, il futuro e il passato (quello bellissimo e quello tristissimo), i dolci, le seratine speciali e i toast a colazione, le matite colorate e i pennarelli, le punte spezzate, la nostra numerosa famiglia, i viaggi, la nostra casa, le paure e le speranze, Roma e la Roma, le risate, i sorrisi e le lacrime, le domande, i racconti, le ninnenanna, la mia passione per le liste, l’amore, tutto il nostro amore.

Quando avevo più o meno la metà degli anni che ho oggi, scrivevo già racconti. Quando li finivo, li firmavo con le miei iniziali e appuntavo il giorno e l’ora esatta con la scritta “per chi dovesse viaggiare nel tempo”. In quell’appunto, c’era la possibilità per il me del futuro che avrebbe ritrovato quei racconti molti anni dopo, di sapere con esattezza l’attimo irripetibile che li aveva partoriti e, soprattutto, la consapevolezza che in quell’attimo c’era un pensiero per lui, una specie di saluto dal passato.

Sono le 8 e cinquantasette minuti del 3 aprile 2020. Sono nella mia stanza e ti sto scrivendo la quarantesima lettera di una serie iniziata un anno fa. Ciao, figlia del futuro. 

Un giorno credi

Un giorno, quando sarai grande, parleremo di questi giorni. Tu mi chiederai “com’era?” e io forse, come hai scritto faccio sempre nel tuo bigliettino della festa del papà, ci scherzerò su e dirò “né più né meno del solito”. Quando arriverà quel giorno però tu non lasciarmelo fare. Inchiodami alla domanda e lasciati raccontare com’era davvero.
Allora ti dirò che avevo paura. Una paura così diversa da tutte le paure che avevo sempre avuto (e probabilmente da tutte le altre che ancora avrò). Una paura che mi costringeva ore al telefono, al computer, con l’orecchio rivolto alla radio, nell’attesa spasmodica delle 18 per consultare il bollettino di guerra aggiornato.
Ti racconterò di averne parlato a lungo con tua madre nella speranza di trovare una soluzione utile a tenerti lontana dai guai. E che all’inizio avevamo deciso di tenerti solo da lei ma dopo 10 giorni stavo per impazzire all’idea di non avere più e per chissà quanto i nostri spazi. Ti portai allora da me, anche per farti conservare l’idea che una qualche normalità scorresse ancora. Ma di normale non c’era proprio nulla e ogni mattina io mi svegliavo con l’impressione di aver fatto un brutto sogno. Bocca impastata e sospiri di sollievo, vanificati nel giro di pochi minuti.

Le mani lavale bene amore, conta fino a 60. Ho detto 60, non imbrogliare, ti prego. 

Alzarsi, lavare il bagno da cima a fondo con il detersivo igienizzante, poi la cucina, poi passare in rassegna le cose in casa nella speranza di poter rimandare ancora il supermercato.
La cosa più complicata convincerti che andasse tutto ancora bene. Che fare i compiti da casa fosse normale, che quella parola pronunciata così ossessivamente da tutti non ferisse così tanto, che non poter uscire, non poter andare a far la spesa, non poter andare in bicicletta, sui pattini, al parco, al cinema o vedere le tue amiche fosse un gioco divertente e temporaneo.
Ti portavo spesso in terrazzo, a stendere le lenzuola, guardare il tramonto, le persone passeggiare sulle terrazze intorno, dita e rassegnazione strette dietro la schiena. 
Ti facevo sentire l’odore del bucato appena steso, ti parlavo di mia nonna e mia madre che lavavano in primavera le coperte al fiume. L’odore del sapone di Marsiglia che mi è rimasto sospeso nei ricordi. I sassi levigati, giocare a rincorrersi e schizzarsi, l’acqua fredda che faceva estate. Ma dentro la mente un solo costante e pignolo pensiero e lo sguardo, mentre non guardavi, rivolto al cielo. Ce la faremo amori miei. Tu, Agata, tutte le persone importanti della mia vita in un solo grande abbraccio di preghiera.

E tutto questo dolore serviva a qualcosa era quello che mi ripetevo dentro. Pontificando ad alta voce Un giorno tutto questo dolore ti sarà utile. E utile lo sarà stato, quando potremo raccontarci con semplice sollievo il ricordo lontano del dolore. Ma ora, ora tutto questo è vivo, è qui e fa ancora troppa paura. 

Ti guardo mentre dormi, come faccio sempre. Ti accarezzo e mi chiedo se dovrei avvicinarmi così tanto, toccarti, baciarti. C’è una vita sola ed è questa. Lo so adesso e non so se prima lo sapevo già. Non so se la sto consacrando e non ho più voglia di attendere. E c’è una cosa che sto imparando e che mi dico come un mantra, devi vivere, devi vivere ora, non quando sarà estate, non quando farà notte tardi o sarà tutto finito. Perché la vita, amore mio, è così forte e grande che proverà sempre a illuderci che sia eterna. Ma la vita è una sola ed è ora.  

Tutto tu vuoi

Questa bambina non sei tu, ma potresti esserlo. Forse lo sei davvero. Questa bambina si chiama Ah. 
Proprio così, Ah. Come uno sbadiglio, come la prima nota di una risata, come dire “ho capito”. È un nome tra i sogni, la felicità e l’intelligenza. Secondo me è un nome bellissimo, e se fossi stato meno tradizionalista, se avessi avuto meno anni, idee più folli e l’ardire di seguirle, se tua madre non avesse saputo da sempre il tuo nome, adesso anche tu potresti chiamarti così.

Ah è nata in un giorno di pioggia sottilissima, aghi d’acqua tanto fini e innocui che non riuscivano a bagnare nessuno. Quel giorno il sole è sorto alle cinque e quarantasette minuti e tramontato inspiegabilmente due ore più tardi rispetto a quanto riportava l’almanacco. In quelle due ore Ah è rimasta quasi immobile nella sua culla, la sua mamma guardava oltre la finestra aspettando che la luce calasse, il suo papà guardava il suo cuore ormai perso, addormentato nel piccolissimo torace di Ah. Anch’io ho fatto questo nel tuo primo giorno di vita; guardavo te, instancabilmente, e guardavo il mio cuore scindersi come un atomo, diventare tuo, e crescere crescere. Crescere.
Ah non ha un’età precisa. Non è possibile stabilire quanti anni siano trascorsi dalla sua nascita. Fino al suo terzo compleanno ci sono state torte con candeline rosa, poi non più. Poi i pensieri e le parole di Ah hanno cominciato a evolversi in maniera spropositata, non appartenevano più a quelli di una bambina della sua età, non potevano essere contenuti in un numero. Cinque, sei, sette anni, nessuna di queste lancette le apparteneva. Tutto ciò che faceva era così stupefacente da non poter essere misurato, controllato. Il tempo non era più necessario. Lei ragionava con la saggezza di ottanta lune, comprendeva ciò che ai bambini viene celato, per proteggerli, si dice serva a proteggerli. Osservava apparentemente indifferente comportamenti che sarebbe stata presto in grado di ripetere con la precisione di un liutaio. Imparava termini mai usati da nessuno, disegnava mondi sconosciuti, abitati dalle persone a cui voleva bene. Disegnava enormi barche di zucchero e tendoni del circo in fiera nel cortile della sua casa. Al timone suo padre. Sul filo, sospeso tra una nuvola e una stella a trenta punte, suo padre. Marinaio ed equilibrista. E medico, dottore di tutte le malattie curabili con le caramelle. 
Ecco, queste cose possono sembrare sciocche. Ecco, non lo sono. Queste cose sono le stesse che fai tu, e credo le stesse che faccia ogni bambino del mondo, ma tu le fai meglio. Ogni bambino le fa meglio. 
Ogni bambino dal niente genera mondi irrazionali, eppure di quei mondi sa dire, raccontare, spiegare, con una logica convincente al punto da lasciare senza fiato il più illustre rettore universitario. Ogni bambino ha fermato il tempo il giorno in cui è nato. Tutti i bambini hanno rallentato la rotazione terrestre consentendo al sole di splendere più a lungo. È da qui che nasce l’espressione venire alla luce, non si tratta solo della luce fuori dal pancione delle loro mamme, è una luce speciale, un bacio dal cielo alla culla, lungo il tempo che serve a capacitarsi di quanto possa essere eccezionale il miracolo che avviene da sempre, eppure non riesce a perdere neanche una sfumatura d’ombra dello stupore che si trascina dietro a ogni respiro, passo, gesto.

Ti racconto questa cosa. Ah un giorno era a casa, era pomeriggio, sua madre le stava preparando il pane con la confettura di albicocche, le piacciono molto le albicocche. Suo padre non stava bene: solo un po’ di febbre, qualche starnuto. Ad Ah era stato detto di non avvicinarsi a lui, avrebbe potuto ammalarsi. Camminava appena, instabile, i passi strani dei cuccioli, che sollevano troppo le ginocchia e sembrano avanzare come muovendosi nel cerchio di una danza africana. Con quei passi è andata verso la stanza del suo papà, sua madre a rincorrerla per portarla indietro, invece non ce n’è stato bisogno. Ah si è fermata davanti alla porta, l’orecchio teso fino all’istante in cui un colpo di tosse è riuscito a sovrastare il volume basso della televisione, allora si è voltata, “tosse”, ha detto, l’espressione vagamente contrita andava trasformandosi in sollievo. “Tosse solo”, ha pronunciato queste due parole come a stabilire che era tutto a posto, tornando in cucina e sedendosi sullo sgabello, finalmente serena. Non so cosa siano le malattie per i bambini, un pericolo suppongo, intuiscono l’ipotesi degenerativa che si cela dietro quel termine, quella condizione. So che la premura e la dolcezza di Ah, che senza entrare, senza disturbare, si accerta che il suo papà sia malato ma ci sia, che stia bene in fondo, che la sua sia solo tosse, per me è una cosa così grande, dolce, così piena di protezione, interesse, e potrei andare avanti e riempire pagine di aggettivi, ma non lo farò. Dirò solo che per me sei tu, i tuoi baci piccolissimi, infiniti, pronti, come urgentissimi. La tua capacità d’intuire, sapere qual è il momento in cui quei baci mi servono davvero, e mi servono così tanto che non ricordo più di che colore fosse il mare, che sapore avessero le arance prima dei tuoi baci. 

Lascia che ti racconti ancora qualcosa. Ah ogni tanto canta qualche strofa della canzone preferita di suo padre, anche tu lo fai. È normale, va bene, facciamo finta che sia normale, ma non lo è. Ti piacciono canzoni diverse da quelle che ascolto io, eppure di tanto in tanto mi concedi di ascoltare dalla tua voce, che lo sai, è la mia voce preferita in assoluto, la versione live della colonna sonora di un pezzetto della mia vita. Non è normale quello che mi succede, non è normale come mi sento, dura un istante, un momento di comunione tra te, me e chi sono stato prima ancora che tu esistessi. Quell’istante non è normale.
Ah ha i suoi gusti, oltre alle albicocche le piacciono molto il cioccolato e la polenta che fa sua nonna in inverno, che è anche il piatto preferito di suo padre. Tu hai i tuoi gusti, ti piacciono le patatine e il gelato, non ti piace il cocomero. Allora, il cocomero piace a tutti. A tutti. È grande, tondo come un pallone da spiaggia, verde come una zebra se le zebre facessero la fotosintesi, e poi è rosso, dentro è sorprendentemente rosso, questo basta a renderlo fantastico. Poi c’è il fatto che il cocomero non lo trovi dal fruttivendolo tutti i giorni, come le carote, no, devi aspettare l’estate, il caldo, la fine della scuola, allora il cocomero diventa prezioso e spensierato, freschezza dopo tanto sudare. Il cocomero piace a tutti, per forza. Ma a te no. E neanche a me. Capisci? Vogliamo tornare a dire che è normale anche questo? Va bene. È normale. È normale solo se non sei un padre però. Altrimenti è magia, è qualcosa di mio che è cresciuto dentro te, qualcosa che non potevo immaginare fino al giorno in cui hai rifiutato quella fetta rossa e hai fatto la stessa faccia che credo di aver fatto io la prima volta in cui qualcuno mi ha messo davanti un cocomero dicendomi di assaggiarlo. Dicendomi che era buono, troppo buono.

Ah, e questo non è il nome di quella bambina. Ah adesso è il mio sbadiglio, il prologo di ogni volta che sogno di averti con me, è la prima nota della mia risata quando mi rendo conto che non ho bisogno di sognare, tu ci sei. 
È la parte più vera di me che comprende quanto meravigliosa sia la vita. Ah, ho capito. È questo il senso di tutto.
La tua vita, e la mia dentro la tua.