Una come te

Hai una capacità incredibile di contrastare l’ingiustizia. Una specie di piglio che non ti abbandona fino a quando non dimostri, rimanendo senza fiato, il torto che hai subito. Il fatto è che qualche volta questi torti non sono affatto torti ma semplici situazioni nelle quali ti trovi e credi di subire. Storie attraverso le quali ti contrapponi agli altri e ritieni di incassare anche lì dove non ci sono contrapposizioni. Imbarchi la rabbia che va a nozze col tuo orgoglio, e cominci un’arringa che usi come un grimaldello per forzare la serratura di chi ti sta di fronte. Ascolti, o fai finta di ascoltare, poi ritorni esattamente al punto di partenza, cominciando una nuova frase con “sì, però”. 
Mi fai un po’ ridere e allo stesso tempo arrabbiare. Provo con la pazienza di un bonzo a spiegarti che le cose non stanno esattamente come le hai viste tu, mi interrompi e ritorni sul punto ma se provo a interromperti io allora vuol dire che non ti ascolto e faccio il prepotente. Una partita a ping pong nella quale tu interpreti Forrest Gump e io me stesso (e anche nella vita reale non ho mai colpito più di tre volte consecutive la pallina che arrivava nella mia parte di campo).
È per questo che l’altro giorno ti ho detto per scherzare che quando sarai grande ti pagherò l’università solo per iscriverti a Giurisprudenza. Se non lo farai, ti ho detto, farai bene a cercarti un lavoro per pagarti gli studi. Tu hai riso probabilmente senza capire. Poi mi hai chiesto perché penso che dovresti diventare un avvocato da grande e ti ho risposto che solo gli avvocati si accaniscono così tanto nei confronti delle cause perse. Stavolta ho riso io e tu sei rimasta a riflettere guardando da una parte. La mia ansia è venuta in tuo soccorso e mi ha fatto dire che stavo scherzando e avrai il sacrosanto diritto di scegliere tutto ciò che vorrai, tranne sposare un laziale. Stavolta abbiamo riso entrambi.

La mia professoressa di matematica al liceo voleva mi iscrivessi a Matematica. Credo avrebbe accettato anche Ingegneria o Fisica. Quando, dopo l’esame di maturità, le dissi che mi sarei iscritto a Lettere mi guardò come fossi la pozzanghera d’olio di una bottiglia che ti è appena scivolata di mano schiantandosi sul pavimento. Disse “Perché sprecare una mente scientifica a Lettere?”.  Io sorrisi amaro e non risposi ma lasciai che quella domanda mi ossessionasse per tutta l’estate e usasse la mia mano per mettere una croce su una Facoltà scientifica al momento dell’iscrizione. Scelsi Informatica per far contenta lei, mio padre che voleva mi iscrivessi a Economia, me stesso a cui piacevano i computer. Nessuno dei tre in realtà trovò soddisfazione nella scelta fatta e dopo un anno in cui cercai disperatamente di capire cosa si studiasse nel Corso che avevo scelto, diedi un colpo di mano e tornai sulla scelta iniziale. Ma a quel punto era di nuovo tardi per tutto. Avevo perso un anno, la borsa di studio e pure un bel po’ di stima. Mi iscrissi sì a Lettere ma puntai verso l’ennesimo ripiego. Ero a Roma, capitale dell’archeologia mondiale. In questo vidi il prospero futuro lavorativo che mi avrebbe accolto dopo la laurea, soppiantando per sempre le ambizioni letterarie che mi avevano tenuto compagnia fin lì. Fu un errore naturalmente. Perché non servì molto tempo per capire che di archeologia, reperti e stratigrafia mi interessava ben poco. Ma stavolta era davvero troppo tardi per cambiare ancora e con un po’ d’ostinazione sono arrivato fino alla fine del percorso. 

Sai già che ti racconterò questa storia altre centotrentamila volte prima che ti iscriverai davvero all’università. Sempre che tu voglia fare l’università o che per allora esista ancora il mondo che conosciamo. Ma so che probabilmente anche allora non saprò rispondere alla domanda “quindi cosa avresti voluto fare?”, riempiendo la risposta di forse e ipotesi e voli di gallina su interessi  più o meno accattivanti. La verità è che c’è un mondo da scoprire ma quel mondo non è fuori ma dentro di te. Esplorarlo è il viaggio più misterioso e affascinante della vita. 

Buon compleanno

Un giorno capirai tutto questo. Oppure sarà solo stato tempo trascorso e ne avrai completamente perso la fatica, il sudore, lo stress, l’ansia, la pesantezza. Quel giorno ricorderai i giorni della tua infanzia e – conoscendoti – dirai che poteva andare meglio ma tutto sommato è andata bene. Sei fatta così tu: vuoi sempre qualcosa che non hai e poi, di tanto in tanto, ti fermi, ti consoli e ritorni felice. 
Tra qualche minuto mi chiamerai. Ti ho spiegato come accendere Teamviewer, inviarmi tramite il telefono di tua nonna i due codici che serviranno a me per controllare il computer di fronte al quale sarai seduta. Io imposterò la videolezione e tu ti stupirai che io, da casa, possa controllare il tuo computer. Iniziata la lezione ti dirò che ti lascio sola ma non lo farò. Mentre lavoro, continuerò a tenere di sottofondo la vostra lezione e, di tanto in tanto, quando sentirò fare il tuo nome, aguzzerò le orecchie per sentire la tua voce che risponde a quella della maestra.
Hai 9 anni oggi. Chissà se troverai il coraggio di dirlo alla maestra e alla classe per farti omaggiare della canzoncina di buon compleanno. 

Ti ho comprato un binocolo, ma ancora non lo sai. Un binocolo ripiegabile, facile da infilare in tasca per quando esci con gli scout. E un costume da Hermione che potrai usare quando con le tue amiche interpretate i personaggi di Harry Potter. Ti ho comprato anche un kit da pasticceria, per decorare cupcakes. È da parte di Agata. Così troverai scritto nel biglietto. Ci troverai scritto anche che ti vuole tanto bene. È il regalo che avrei voluto farti io. Da quando quel giorno da Ikea hai deciso di non comprare un giocattolo ma una spatola in silicone per avviare un tuo personale set da cucina, da ampliare di volta in volta con un pezzo nuovo. Mi avevi commosso e ho intravisto una passione per qualcosa di tuo che certo non ti abbiamo trasmesso né io né tua madre e che invece ti avvicina così tanto e così forte a una cosa che Agata ha dentro innata. 
Agata non sa del regalo. Probabilmente si sarebbe arrabbiata se gli avessi raccontato di questa iniziativa. “Ci penso io”, avrebbe detto, infilandosi in una di quelle spirali che conosce a memoria e dalle quali esce dopo giorni tutta ammaccata. Probabilmente, sarebbe stato solo il la per farle dire ancora che non cambierà mai niente, resteremo fermi qui per sempre e che non ne può quasi più. Una volta la contrastavo. Mi impelagavo in discorsi complicati per dimostrare il teorema del cambiamento, dell’evoluzione, del cammino. Ora ho smesso. Lei non sa nemmeno questo: a volte mi sento così stanco e avvilito, così sconfitto. Raccolgo tutte le briciole di entusiasmo che ho in corpo e le metto dentro una proposta di un pic-nic, una passeggiata, un gelato. Incasso il tuo scetticismo, la freddezza e dentro penso che andrà bene, deve andar bene. Invece quando ci incontriamo tu non la guardi, le stai lontano sia che lei ti cerchi per abbracciarti, baciarti, sia che lei ti dia distanza in cambio della tua. Io sono in mezzo, nel tentativo di mediare. Di dare a entrambe le attenzioni e l’amore che vi spettano. Ma nel dare riesco solo a togliere, da una parte e dall’altra. 

Forse Agata ha ragione e non cambierà davvero mai niente. Sarebbe così facile accettare questa prospettiva se non avessimo mai visto e provato l’opposto. Quando prima ancora di entrare in casa mi sfilavi il telefono e passavi un’ora a raccontarle la tua giornata. È così difficile riconoscere che siamo gli stessi di allora, soltanto consumati dal tempo e dall’usura delle nostre paure. 
Il regalo più bello di questo compleanno te lo avrà fatto Agata, la stessa che ti ha lasciato un sacchetto di patatine di Barbie dentro la dispensa, che ti ha riempito la stanza di stelle luminose e di cuori, che dimenticava tutto il resto per leggerti ancora un capitolo de Le Streghe al telefono, che ci ha insegnato a districare i capelli senza farti male, che in pieno lockdown ha sfidato tutto per portarti le lasagne e una torta, che quel giorno da Ikea si buttava con la rincorsa insieme a te con su tutti i letti per provarli.
Dove c’è bene non può esserci male. Non riesco a pensare il contrario. E se ci pensi, qualunque cosa succeda è solo per amore. È per amore che resistiamo ancora all’usura, lo stesso bisogno d’amore che ti porta al contrasto e alla paura. Raccordare questo amore è l’impresa più complicata che abbia mai affrontato eppure non riesco a smettere di crederci. Perché l’amore è dentro i gesti, dentro le parole, dentro i pensieri di ogni attimo della nostra esistenza. È per amore tuo e suo che cedo e trasformo uno stupido regalo, affinché tu possa a tua volta intravedere un blocco unico d’amore che ti viene incontro e ricambiarlo. È per amore tuo e mio che Agata incassa i tuoi no così dolorosi. Posso solo immaginare quanto sia complicato per te, per lei. Eppure un giorno sapremo tutti e tre che esserci è stato il più grande atto d’amore e fede che abbiamo mai fatto e ne sarà valsa la pena.

Here comes the sun

Ti ho lasciato a casa di tua zia perché volevo stare un po’ con mio padre. Tu sei salita al piano di sopra con le tue cugine e non sapevi me ne sarei andato di lì a poco. Mentre tua zia mi preparava un caffè, sentivo la tua voce che dettava istruzioni per un gioco. Poi sono uscito, salito in macchina e partito a retromarcia per uscire dal vialetto. Ero già sulla strada quando mi sono fermato e ho fissato un punto davanti ai miei occhi. La casa degli zii era lì davanti a me. L’ho vista nella sua interezza e provato a immaginare il muro attraverso il quale avrei potuto vederti, se avessi avuto una vista bionica. Non ti avevo detto ciao né che me ne sarei andato, anche se solo per qualche ora. Ero solo in mezzo alla strada, qualche fiocco di neve danzava leggero verso l’erba gelata dei prati e il vetro davanti a me cominciava già ad appannarsi. Ho pensato “via, sarà solo qualche ora”, ma invece di continuare in avanti, ho fatto retromarcia e sono tornato nel vialetto. Ho suonato alla porta e tua zia è venuta ad aprire sapendo che avrebbe trovato me dall’altra parte: “cosa hai dimenticato?” mi ha chiesto. Io ho sussurrato “nulla”, fatto qualche passo in avanti e salito due gradini della scala che porta al piano di sopra. Da lì ti ho chiamata, due volte. Tu mi hai risposto, io ti ho detto soltanto che stavo andando via, che sarei passato a riprenderti più tardi. Hai risposto ok e ti ho sentita scappare per tornare a giocare. Tua zia ha scosso la testa, in una smorfia di esasperazione. Più leggero me ne sono salito in macchina e sono tornato in paese. 

Ho fatto tutto questo quasi senza pensare, sicuramente senza riflettere. In una maniera meccanica, come per rispondere solamente a un’esigenza di giustizia che premeva da dentro, che a tratti si scontrava con un senso di ridicolo e superfluo. Guidando però mi sono reso conto di ciò che avevo appena fatto. L’importanza di un gesto superfluo eppure necessario e imprescindibile: salutarsi. Anche senza ricordare esattamente qualcosa, ho provato dentro una sensazione di abbandono e delusione che giaceva silente da qualche parte nella memoria. Ho rivisto la mia mano stretta in un’altra, e il vuoto dentro il quale era avvolta al mattino dopo. Una sensazione senza spazio né tempo che da qualche parte è ancora viva e ferisce. 

Mentre scalavo le marcie per affrontare una curva, ho notato che il paesaggio attorno era di un bianco più spesso. Ho acceso l’aria calda della macchina, sorriso e fatto una cosa che faccio molto poco spesso. Mi sono fatto i complimenti. 

Breathe

Non sempre potrai fidarti di tutti nella vita, un po’ l’hai già capito. Ci sono persone che godono nel veder soffrire gli altri, come se si nutrissero del loro dispiacere, e lo alimentano, lo provocano, lo cercano. È successo così anche con l’amica della tua amica. Una bambina che conosci di striscio perché frequenta un’altra sezione e alla quale mai ti saresti sognata di far qualcosa di male. Non ha avuto la stessa premura lei per te e, dopo aver passato un pomeriggio a giocare insieme, probabilmente osservando il tuo sguardo timido, le tue parole posate e controllate, i tuoi gesti che non fanno rumore, ha pensato bene di andar a parlar male di te in giro il giorno dopo. Te lo ha detto Silvia, che è una tua amica fidata. Ti ha detto che le aveva raccontato che sei antipatica e sei antipatica anche a Paoletta, che è stato il tramite che vi ha fatto incontrare.
Ti è allora crollato il mondo addosso e mi hai dato un’altra di quelle lezioni di maturità che tiri fuori quando meno me l’aspetto. Ti sei tormentata una notte intera a chiederti e chiedermi se davvero Paoletta potesse pensare di te questo e il mattino dopo appena siete rimaste solo glielo hai chiesto. Bam! Schietto e diretto. Lei ti ha risposto che no, non le stai antipatica. Come puoi pensarlo? Vi siete date un abbraccio (questo non so se sia successo ma voglio immaginarmelo così), e siete tornate con gli altri.

Quando me lo hai raccontato ti ho detto che eri stata brava e che molte persone non sono capaci di farlo. Si accontentano della prima versione che trovano dei fatti, la incartano se la ficcano in tasca e se la tengono per sempre lì, mutando atteggiamenti, espressioni, consuetudini che hanno nei confronti degli altri.
Chissà, ho pensato senza dirti, forse facevo la stessa cosa anch’io quando avevo più o meno la tua età e poi ancora dopo, quando ero più grande, andavo alle medie, iniziavo il liceo.

Ero timido, introverso, spigoloso. Ma volevo, lo volevo davvero, fare amicizia con gli altri. Alcuni di loro erano divertenti e simpatici. Passavamo del tempo insieme, c’era pure una specie di legame. Eppure arrivava sempre qualcuno che mi allontanava o dal quale mi facevo allontanare. Invidiosi o prepotenti, mettevano le loro risate tra me e gli altri, le loro battute ironiche, il sarcasmo spicciolo che può avere un bambino che difende il proprio territorio. E io me ne andavo. Ritornavo dentro la mia tana di solitudine e tristezza, a guardare il mondo che scorreva fuori dalla finestra della mia stanza. Ero solo, dentro e fuori. E disegnavo confini e limiti dentro i quali non mi era permesso spostarmi o allontanarmi, dirazzare. E quelle linee tratteggiate aumentavano ogni giorno d’intensità e volume e io finivo per essere il segnaposto di Google, perennemente inchiodato al perimetro di una stanza.

Quanto sarebbe stato facile, far quello che hai fatto tu. Andare incontro alla paura e chiedere: è vero? Sono io il problema? Ma che lo fossi o no, il problema non si muoveva dal posto che gli avevo dato.

Una volta uno dei bambini simpatici mi disse “gli altri dicono che tu sei uno spione perché ci guardi sempre dalla finestra”. Lo disse senza cattiveria, col tono di chi non crede a ciò che dice. Non seppi cosa rispondere. Mi allontanai e piazzai un nuovo confine tra me e un’altra persona. Quella stessa sera, sentivo le loro voci che chiacchieravano nella panchina sotto la mia finestra. Mi sforzai con tutte le forza che avevo di rimanere sotto le lenzuola e resistere alla tentazione di alzarmi e guardare. Ma li sentivo parlare e parlavano anche di me. È probabile che piansi o covai vendetta e violenza. Qualunque cosa feci, rimase sotto le lenzuola quella sera e tutte quelle che seguirono. Non fui mai capace di integrarmi in quel gruppo che finì per essere il gruppo degli altri. Persi anche le poche amicizie che avevo iniziato e forse anche per questo quando a 19 anni partii per venire qui all’università, sentii che non era solo l’inizio della mia vita da adulto. In qualche modo, era un inizio assoluto.

Puoi passare la vita intera a nasconderti ma prima o poi ciò che fuggi ti troverà. E quello che fuggi non è quasi mai ciò che pensi. Io scappavo dagli altri ma in realtà scappavo da me. Ci ho messo quasi 20 anni per capirlo e oggi che ne ho il doppio ho capito che la vita è più semplice di quanto ce la possiamo ingarbugliare. Spesso vediamo muri davanti a noi, ma se ti avvicini – come hai fatto tu – scopri che quel muro è un foglio di carta che se soffi si stende su un lato e ti lascia respirare.  

Tutte le parole

Babbo Natale ti ha portato un vocabolario, proprio come gli avevi chiesto. Credo che anche a lui che vede di tutto da migliaia di anni, una richiesta del genere non capiti di frequente.
È andata più o meno così. Hai visto che la tua maestra di italiano aveva un librone sopra la cattedra e che, di tanto in tanto, attingeva da esso significati che sciorinava alla classe. Non deve avervi spiegato esattamente di cosa si trattava perché ti sei chiesta per giorni cosa fosse quel librone misterioso. Quando tua madre ti ha spiegato che si trattava di un dizionario, hai fatto una di quelle espressioni di stupore e incredulità che ti fanno sgranare gli occhi e ripetere a profusione “Davvero!? Davvero!?”.
E sì, dentro quel libro gigante ci sono tutte le parole della nostra lingua. Incredibile, vero? Tu puoi pensare o dire la più complicata delle frasi che ti verranno in mente e dentro quel libro ci sarà la spiegazione di ognuna di esse, parola per parola, significato per significato.
Non ti pareva vero e hai pensato bene che se esisteva una cosa così tu dovevi averla. Una cosa magica e piena di meraviglia. A chi potevi chiederla se non a Babbo Natale?
E Babbo Natale credo te l’abbia portata gongolando, perché una bambina come te credo non la conosca nemmeno lui.
E tu hai soppesato sulle tue mani quel pacco, mi hai guardato con lo sguardo di chi la sa lunga e hai detto “credo di sapere cosa c’è qui dentro”. E c’era proprio il libro delle parole, il tuo primo dizionario. Dopo averlo aperto, lo hai sfogliato in lungo e in largo, assaporando quell’odore misterioso e travolgente che hanno i libri appena aperti e poi me lo hai passato come per dirmi “wow, ho un tesoro”. E io c’ho ficcato il naso dentro e ti ho detto “crederesti che qui ci sono proprio tutte le parole?” e tu mi hai risposto “ma tutte tutte?”. E io per dimostrartelo sono andato alla C e ho cercato cacca  e te ne ho letto il significato e tu hai riso ed era la risata di chi ha fatto una scoperta clamorosa, la risata del successo. Io ti ho guardato negli occhi e un po’ credo i miei brillassero e ho solo pensato “dio quanto sono fiero”. E ho aspettato di esser solo con te per dirti una cosa che sono certo non t’avevo mai detto. Perché in questi quasi 9 anni che ci conosciamo, penso di averti raccontato 3 miliardi di volte di quanto tu sia una bambina fortunata per esser nata, avere una casa (anzi due), una salute di ferro, e tutte le piccole grandi cose che hai e sei. E mai, credo mai, in tutto questo tempo, ti ho detto quanto fortunato io sia e mi senta nell’avere una figlia. Non una figlia qualunque, ma te. E ho voluto lo sapessi, lo sentissi dentro le parole che mettevo insieme e i cui significati semplici avresti potuto rintracciare immediatamente nel tuo dizionario, che sono il papà più felice e fortunato della terra perché ho la mia splendida, geniale, introversa, a volte timida, qualche volta lunatica, sempre e solo e semplicemente mia figlia.
E voglio chiudere questa letterina di fine vacanze con una parola che non credevo mi avrebbe mai riguardato così tanto. Sai qual è? Felice: agg. [lat. felix –īcis, dalla stessa radice di fecundus, quindi propr. «fertile»]. – 1. Che si sente pienamente soddisfatto nei proprî desiderî, che ha lo spirito sereno, non turbato da dolori o preoccupazioni e gode di questo suo stato: è un uomo f.; essereviverecredersidirsi f.; far f., rendere funa persona;

Insieme

Crederai al destino quando sarai grande? Amerai sorprenderti davanti alle piccole gigantesche coincidenze tra le quali inciamperai oppure passerai oltre senza dare alcun peso a quel pensiero che ti racconterà di un destino al quale tutti siamo soggetti?
Alcune volte ho pensato di averla scampata grossa, essere arrivato su un burrone spaventoso e rimanere fermo senza alcuna possibilità di scelta. Chi mi ha tenuto sopra la terraferma? Chi ha stabilito che l’ultimo granello di terra sdrucciola che teneva ancorato il mio piede in bilico non doveva cedere? Quando ero piccolo e cadevo non facendomi niente, mia nonna diceva che c’aveva messo il cuscino la Madonna. Non è un modo come un altro per dire che in quel momento la nostra volontà di resistere, restare, vivere, non ha alcun potere, semplicemente non conta? 

Sta arrivando di nuovo Natale. Un Natale strano ma così solito e consueto nelle sue poche certezze. Tu hai chiesto a Babbo Natale di rendere possibile la settimana natalizia che trascorriamo sempre dai tuoi nonni. Dentro di te sai per certo che non sarà possibile, per lo meno per il momento. E sai che servirebbe un miracolo e l’unico che può realizzare i miracoli dentro il tuo mondo è proprio Babbo Natale. Eppure qualcosa di straordinario succede. Succede ogni giorno.  Succede, per dire, che Agata rimane a Roma per starci accanto, rinunciano a qualcosa che ha visto riproporsi e amare ognuno dei suoi anni effettivi e degli altri dieci che sostiene di avere. Succede che io mi ripeto le quattro cose che so e provo a organizzare i giorni di festa per far stare bene tutti e tre. Succede che probabilmente, senza che io, te o lei, sappiamo come, il destino ci accompagna verso una normalità che diventa nostra.

Dentro ogni tuo singolo respiro osservo in silenzio e di nascosto quanto stai crescendo. E un po’ mi spaventa saperti timida e introversa e mi consola vederti caparbia e a volte cocciuta fino allo sfinimento. I tuoi progressi nella ricerca del tuo io, mi sorprendono fino alle lacrime. Perché tuo padre è il tuo tifoso più sfegatato e vede un gol pazzesco in ogni pensiero sotteso sul filo tirato tra l’attimo in cui hai pensato vorrei e quello in cui è diventato faccio. 
A volte vorremmo che la vita fosse prevedibile. Prevedibile come l’aprirsi o il chiudersi della porta del bagno accanto, quando tu sei nell’altro e hai appena fatto una puzzetta; come lo scaldabagno spento quando sei già nudo e sotto la doccia; come Una poltrona per due la vigilia di Natale. 
Nel mio destino era scrittodovessi averti, era scritto che io e te dovessimo diventare padre e figlia, che avremmo dovuto affrontare le asperità davanti alle quali la vita ci avrebbe messo, a volte vincere, altre perdere miseramente, qualche volta soffrire, tante altre gioire, sempre e comunque insieme. E insieme mi pare la parte più potente del nostro destino comune. La parte più preziosa e luminosa, ciò che mi dà la dimensione esatta del significato dell’essere qui e adesso.

Buon Natale, amore mio.

Celia de la Serna

È morto Maradona. Così, di punto in bianco, è arrivata questa notizia che è diventata l’unica notizia di cui parlare. Mi hai chiesto in macchina chi fosse Maradona. E io mi sono riempito il petto di orgoglio per essere il primo a parlartene. Diego Armando Maradona, ho iniziato, con l’aria dei racconti epici che – almeno per ora – ti fanno ancora cambiare posizione e allungare le orecchie a sentire la favola in arrivo. Era un bambino poverissimo, da piccolo. Talmente povero che la sua famiglia spesso non aveva cibo per tutti e sua madre doveva fingere un mal di pancia per lasciare cibo a sufficienza per i figli. Aveva un sogno, diventare un calciatore professionista e giocare un mondiale. Fece molto di più: vinse un mondiale e divenne il calciatore più forte di tutti i tempi. Perché? ti ho chiesto a quel punto. E tu hai risposto perché era molto forte o perché aveva un gran talento. E io ti ho detto che l’una e l’altra cosa non bastano a diventare il migliore e realizzare un sogno. Per realizzare un sogno serve fede. Credere incessantemente, ovunque e comunque al sogno, anche quando la povertà, la miseria, l’immensità talvolta insensata del mondo che viviamo fa di tutto per convincerti che quel sogno è più misero di te, ridicolo come solo i sogni sanno essere, inutile come un calzino spaiato. 
Tu hai fatto quella cosa meravigliosa che vorrei non smettessi mai di fare. Hai guardato fuori dal finestrino, lasciando che macchine, autobus e motorini popolassero per un secondo la tua vista e poi, senza guardare, mi hai detto: io vorrei diventare Akela da grande. E io mi sono commosso un po’, come al solito, quando riscopro che sei la cosa più bella e importante e preziosa che la vita m’abbia donato. E trattenendo un singhiozzo in gola, ti ho detto semplicemente che mi pareva perfetto. 

Sai, amore, volevo raccontarti una cosa che forse nessuno, oltre tuo zio, sa. Quando ero piccolo odiavo Maradona. Lo odiavo perché aveva reso ridicole tutte le altre squadre che giocavano contro la sua, compresa la mia Roma. Lo odiavo perché aveva trascinato il Napoli verso vittorie che nessuno avrebbe mai potuto nemmeno immaginare. Lo odiavo perché mi faceva sentire umiliato, come umiliati erano probabilmente tutti gli altri che stavano dall’altra parte del campo. Ma il problema vero è che non puoi giocare con Dio. Dio è sopra ogni cosa. Puoi stare a guardare e godere dei prodigi che ti offre ma pensare soltanto di metterti al suo livello, giocarci addirittura contro è una bestemmia indicibile. Così io pagai lo stesso prezzo di superbia di tutti gli altri che non si arresero all’evidenza. Convinsi mio padre a portarmi in giro con la mia bandiera giallorossa il giorno stesso in cui tutto il mondo si tingeva d’azzurro. Urlando come un cretino “Roma, Roma, Roma” fuori dal finestrino, mentre l’unica cosa che davvero avrei voluto fare era far parte di quel sogno che improvvisamente e senza fatica Dio aveva regalato agli umani. 

Ecco, te lo volevo raccontare per due ragioni: la prima è che arrendersi ai miracoli non è mai segno di debolezza; la seconda è che se il tuo sogno è grande e vero e autentico travolgerà chiunque e qualunque cosa lo ostacoli, anche i detrattori.  

A.R.

Paolo ha avuto un brutto incidente in moto. Lui filava dritto sulla statale. Una macchina in senso contrario si è ricordata all’ultimo minuto di girare e ha virato bruscamente a destra, travolgendolo di netto. Paolo è sbalzato a tre metri da lì, oltre la recinzione dei campi, tra l’erba, le foglie e la terra umida del mattino. Paolo tu non lo conosci. È uno di quegli amici di cui non hai nemmeno mai sentito parlare. Appare e scompare dalla mia vita, come io dalla sua. Intermittente come l’acqua dei fiumiciattoli di paese, che dai per vinti, sconfitti, per buona parte dell’anno, come rigagnoli preistorici di cui rimane solo un letto di selci. Poi, quando meno te l’aspetti, risgorgano in piena. Ora Paolo è in un letto d’ospedale da quasi un mese. Combatte una guerra solitaria, senza commilitoni e guardie, per colpa del Covid e di queste regioni giallo, arancioni, rosso che impediscono a chiunque di stargli accanto.
Ho saputo del suo incidente solamente dopo due settimane. Non ci sono rimasto male. Con lui è sempre stato così. Esserci e non esserci è uguale. Non nel senso negativo ma in quello dell’amore e l’amicizia che non vuole resoconti o riepiloghi. Prima è stato una sparatoria a salve di “come? Ma quando? Perché? Adesso?”. Poi nella sua voce ho trovato la stanchezza di dover ripetere a ognuno il racconto di cui vorresti solo liberarti e ho smesso di pungerlo, realizzando che l’unica cosa che davvero in questo momento gli manca è la normalità. 

Così da quel giorno ho cominciato a mandargli dei messaggi vocali, nei quali gli racconto di me, di te, delle cose che fai, di Agata, dei voli col drone, dei progetti strampalati che mi riempiono la testa, delle piccole grandi tragedie della nostra piccola enorme vita. Senza rendermene conto, al termine dei miei podcast (così li chiamo, perché possa ascoltarli quando vuole), gli dico sempre “devi farcela perché tu sei tutti quelli che ti vogliono bene e tutti quelli che ti vogliono bene sono te”. È una banalità forse, che m’è venuta una sera, senza averla pensata prima. Ma era una banalità che stava proprio qui dentro ed è uscita con la naturalezza di un respiro. È la banalità più vera che abbia mai concepito. 

Con Paolo è così. C’è tanto silenzio tra un incontro, una chiamata e l’altra. Poi arriva qualcosa che scaraventa con la forza di una slavina addosso a entrambi la potenza della fratellanza. 
Durante il mio cammino verso Santiago evitavo di sentire chiunque. Volevo stare solo e accendevo il telefono solo per chiamarti, la sera prima di dormire. Quando ero ad un paio di tappe da Santiago e avevo in corpo la consapevolezza dell’arrivo, ricevetti un suo vocale. Senza sapere esattamente dove fossi, come e se ci fossi arrivato, mi diceva che era fiero di me e con la voce strozzata dal pianto mi diceva di volermi bene e di aver avuto fiducia sin dal primo istante in me. Dio quanto ho pianto. In quel momento nessuno poteva sapere dov’ero e come stavo e quest’uomo lo sapeva. Senza che io gli avessi detto nulla, lo sapeva. Eravamo nello stesso posto, vicinissimi e umani. E gli ho voluto bene come si può voler bene solo alla propria famiglia.

Adesso Paolo sta soffrendo. Quando trova la forza di afferrare il telefono, tenere premuto il tasto del microfono, risponde ai miei vocali. Mi racconta di corsie d’ospedali, busti ortopedici, sale operatorie, anestetici e dolori che non sa descrivere. Io lo ascolto e piango. Penso alla sua vita, alle sue gambe, al suo torace, alla sua espressione sempre timida e sincera. Mi metto seduto lì al suo lato e rimango a sentire il suo respiro affannato mentre riprova per l’ennesima volta a dormire.   
E penso che adesso le luci di Marsiglia debbano apparirgli proprio lontane e che l’unica cosa di cui un uomo abbia bisogno sempre è sapere, credere, che la vita esiste ancora e non bisogna lasciarla andare. E aspetto che mi guardi con i suoi occhi lucidi e stanchi e gli racconto ancora una volta di quella intervista che Muhammad Ali rilasciò dopo aver sfiorato il knockout nell’incontro della vita con Earnie Shavers (È una storia che non conoscevo e me l’ha raccontata di recente Agata, parlandomi dell’incipit del nuovo  libro di Nesi). 

Ali disse che dopo quel cazzotto feroce, le gambe – proprio le gambe – gli dissero che non era più il caso di starsene lì in piedi a combattere. Ma che lui non volle dar loro retta e fece l’unica cosa insensata e assurda che quel briciolo di vita rimastogli dentro gli dettava di fare: rimanere in piedi. Rimase solo in piedi. Poi vinse e tutto il resto. Ma intanto, rimase in piedi. E questa cosa te la voglio dire a te, figlia mia, perché dio solo sa quante volte nella tua vita sentirai il desiderio, il sogno, la voglia di lasciarti andare e forse rimanere sconfitta. E lo voglio dire al mio amico Paolo che annaspa tra lenzuola bianche e ferri che gli tengono tese ossa che non sa nemmeno più di avere. Restate in piedi. Nient’altro che questo. Perché il resto verrà e saranno vittorie, campionati del mondo e cinture d’oro scintillante. Ma intanto, l’unica cosa che conta davvero, è restare in piedi.

Come salvarsi la vita

Io le avrei detto “quando avrò bisogno della tua opinione te la chiederò” oppure ancora “Hai mai fatto caso che ogni tanto si incrocia qualcuno che non va fatto incazzare? Quella sono io!”. Tu hai riso ma hai capito che non avresti tratto un ragno dal buco se continuavamo così e allora ti sei fatta più seria. La tua faccia stava dicendo “papi, ascoltami” e ho provato allora a smettere di essere il cretino che sono e fare il padre. “Dimmi amore, ti ascolto” e hai capito che ora ti stavo ascoltando davvero. 
Il fatto è che questa tua amica, chiamiamola così, fa la stronza. Non giriamoci attorno. Qui lo posso scrivere e dire chiaramente. Per quando lo leggerai, probabilmente non farà più tanto scalpore questo termine. È convinta di essere il capo e si sente il diritto di dire a ognuno quello che deve fare, come lo deve fare, quando lo deve fare. A te dice cose come “tu non puoi giocare” oppure “te ne vai?”. E io mentre ti ascolto ho una tale rabbia che mi monta dentro che vorrei soltanto accenderti la tv, lasciarti vedere quello che vuoi, andare nell’altra stanza, chiamare i suoi genitori e urlargli contro “che cazzo state facendo?”.
Respiro, invece. Continuo ad ascoltarti, capendo che se lascio intravedere quanto sia arrabbiato, cercherai una scorciatoia per evitare i danni collaterali. Fingo comprensione, provo a spiegarti che a volte le persone si comportano così perché dentro hanno un disagio, provo a spingerti a evitare lo scontro e passare il tuo tempo solamente con chi lo merita. Perché il tuo tempo, ti dico, è uno e unico e non lo puoi regalare a chi non lo apprezza per quello che è: prezioso e irripetibile. 

Eppure la mia morale da libro cuore non è sufficiente a darti una soluzione e certamente non calma né te né me. Allora mi sale un sospiro da qualche parte dentro. Prosciuga tutta l’aria che ho intorno e se la porta in fondo alla pancia per poi salire in una nuvola di ricordi e malinconia. 
Amore mio quanto ti capisco. C’era un bambino alle elementari. Aveva la mia stessa età ma aveva fatto la primina e stava nella classe prima della mia. Me lo sono ritrovato alle elementari, alle medie e persino al liceo. Lo odiavo e lui odiava me. 
Mi tormentava. Mi cercava per dirmi cose cattive, su di me che non ero capace di giocare a pallone, che tifavo per una squadra di brocchi, persino su mio padre o la mia famiglia. Non lo sopportavo e provavo sempre a non stargli vicino. La mia strategia era semplicissima: se c’era lui, non c’ero io. Ma in un paese di quattro gatti, una chiesa e un bar, è difficile evitarsi sempre. Così accadeva di scontrarsi, litigare e portare a casa lividi e livore. Abbiamo continuato a odiarci per tutta la nostra vita e anche se non lo vedo da più di vent’anni, penso che se lo reincontrassi lo odierei ancora, per tutto quello che mi ha fatto e detto, o semplicemente perché esisteva. 

Non è stata un’infanzia facile la mia. Mi sentivo solo, lo sai perché te lo racconto sempre. E non avevo niente e nessuno a cui aggrapparmi. Eppure oggi che ho quarant’anni e penso a quegli anni così duri, per la prima volta mi viene in mente che forse devo un grazie a quello stronzo. La prima volta che mi scontrai con lui, lo feci perché stava tormentando un bambino della mia classe che aveva dei problemi fisici. L’ultima perché diffondeva posizioni politiche demenziali. E oggi che ti scrivo, mi viene un po’ da riflettere su quanto amore ho messo in ciò che pensavo, credevo e facevo per difendermi dalle sue aggressioni. Forse non sarei un tifoso così convinto della Roma, se non avessi scelto di tifare anche mentre tutti tifano per i cattivi. Forse non avrei le mie idee, la mie convinzioni, non sarei chi sono oggi se non avessi preso tutte quelle botte. 
Allora approfitto di questa lettera che scrivo a te, per dirgli grazie, anche se mi viene il dubbio che non sappia leggere. 

Se mi stai leggendo, sappi che ti sono grato, perché senza la tua pochezza oggi forse non avrei la mia infinita ricchezza.
Chissà, magari puoi ringraziare anche tu la tua amica.  

‘A vita mia m’a porto n’pietto 
‘o core mio fa oili oilà 
e nun v’à rongo pé dispietto 
‘sta libertà.

Come stai?

Come stai amore? Come va la scuola? Le tue amiche? I tuoi pensieri, i tuoi giorni, la tua vita? A volte mi perdo interi pezzi della tua storia. Ne ritrovo qualche frammento dopo giorni, dentro stralci di conversazione che riguardano altro. Ti ascolto pronunciare nomi, tirare fila di pensieri iniziati tanto tempo prima, in un tempo in cui io ero altrove. Allora provo a rincorrere questi pezzi, implorandoti di aiutarmi al colmare il laghetto divenuto mare che s’è insinuato tra ieri e ora. Tu ci provi, senza troppo entusiasmo. Ti sorprendi. Dici cose come “ma come, non lo sai?”.
E io non lo so, mi sono perso o ti ho persa per qualche istante che è diventato secolo.
“Mi aiuti a preparare la cena? Puoi occuparti tu di apparecchiare la tavola?” e intanto mi sveli l’arcano della tua nuova maestra di italiano che ha un nome che inizia per O e non per U come pensavi tu. Ma dov’ero io quando lo hai scoperto? Com’era la tua faccia in quell’istante o qualche minuto dopo o prima? Mentre la tua amica faceva una battuta e tu incredibilmente hai pensato fosse uno scherzo e non ci sei rimasta male, crescendo vertiginosamente nel giro di una manciata di lancette. 

C’è dentro di me una specie di tristezza atavica. Forse non è nemmeno tristezza. È tentazione di tristezza. Come un affetto immotivato, dovuto ad anni di relazione intensa con essa. Ti svegli la mattina, ti guardi attorno, non trovi nulla che veramente non vada eppure dentro senti una piastrella di serenità che cede sotto al peso della malinconia. Sarà l’autunno o la pioggia che imperversa fuori dalla finestra e batte cadenzata e ritmica sopra alla tettoia del giardino. La mente racchiusa dentro al buio degli occhi spenti che ritornano alla mansarda della mia infanzia, l’acqua e il vento sulle tegole del tetto, il tuono, il temporale. 
Oppure è solo che non hai più un libretto d’istruzioni a cui aggrapparti. Leggerlo fino in fondo, come ai tempi dell’università quando per preparare un esame c’era sempre uno dei libri che si chiamava “manuale”. 

Agata dice che non parlo molto. Non sono capace di condividere la vita e faccio dei miei giorni un gomitolo stretto stretto che tengo solo per me. Mi sorprendo, faccio la faccia di chi casca dalle nuvole e le chiedo, quasi supplico di spiegarmi, dirmi di nuovo, ancora, perché. Lei non se lo spiega come io non me lo spieghi. Dice solo che più di così non sa che dire, è sfinita. E io rimetto in ordine tutti i pensieri. Riprendo in mano i passaggi che mi hanno portato a ridere, parlare, muovermi, camminare, spostarmi in tutte le ore che riesco a riacchiappare. E non ricordo i silenzi perché non contano quanto un silenzio ma quanto una frase concisa con un mucchio di sottotesto che  viene lasciato al lettore per il piacere di scoprire. Eppure non basta. Agata rassegnata mi dice che non ce la fa più e l’unico modo che ha per accettarlo è lasciarmi cuocere nel mio brodo, tenendomi fuori dall’oceano nel quale nuota. Così fa. E non mi dice molto per giorni. Anzi, mi dice solo che si sente meglio. Sente che ora siamo pari. E io me ne sto asciutto sopra un pontile e guardo quel mare che mi circonda e vorrei bagnarmici fino a dove non tocco più e a volte immergermi completamente, finché l’aria che ho nei polmoni me lo permette. Invece sono fuori e mi sento fuori, come un bambino che non sa nuotare e ha pure paura dell’acqua. Mi metto seduto e aspetto che venga a prendermi. Ma lei non viene e d’improvviso capisco che sono solo.

Mio nonno non parlava mai. Aveva un modo esageratamente essenziale di comunicare. E noi, tutta la sua famiglia, avevamo ridotto al minimo le nostre aspettative di comunicare con lui. Succede forse la stessa cosa anche a me, anche a noi?
Ma come te lo spiego e come lo spiego ad Agata che quando passi buona parte della tua esistenza a pensarti da solo i pensieri finisce che diventano sottili sottili, quasi invisibili e spesso fatichi persino a sentirli tu stesso che li hai partoriti? Come faccio a far capire a lei e a te che il mio interesse esasperante per le vostre vite, la mia voglia di conoscere fino all’ultimo granello di sabbia che ha svuotato la vostra clessidra, deriva dalla stessa voglia sproporzionata di esser scoperto, aperto, percorso, vissuto, amato? Tanti interrogativi corrispondono a tanto desiderio di raccontare. Ma la fatica che ho fatto nel cominciare questa lettera è la stessa che faccio nel cominciare un discorso da zero e come vedi anche qui ho cominciato con una domanda.  

Siamo quello che siamo e a volte ciò che siamo è tanto sporco da non apparire plausibile nemmeno a noi stessi. Ne portiamo il peso dentro. Come un fardello di piombo che ci tiene ancorati a terra. E avvicinarci alla pancia somiglia tanto ad un tentativo di autodistruzione che rende facile alla paura di farci schizzar via come un indice che scivola veloce nell’incavo di un pollice per scacciare un insetto. E diventiamo fragili e mediocri, taciturni e reticenti, a volte persino falsi. Perché non c’è niente al mondo, amore mio, di più difficile che far i conti con se stessi.
E quei conti non tornano se mentre li metti in fila bari sugli spiccioli. Li fai una volta, poi la seconda e alla terza sembrano i conti di un ubriaco. E ti senti ridicolo, sei ridicolo, perché un uomo che bara è un uomo che non vale niente. E la risposta a tutti i dubbi ce l’hai sempre avuta tra le mani: perché niente vale la pena vivere quanto la verità. Ma probabilmente ora che lo sai è appena diventato troppo tardi.