A.R.

Paolo ha avuto un brutto incidente in moto. Lui filava dritto sulla statale. Una macchina in senso contrario si è ricordata all’ultimo minuto di girare e ha virato bruscamente a destra, travolgendolo di netto. Paolo è sbalzato a tre metri da lì, oltre la recinzione dei campi, tra l’erba, le foglie e la terra umida del mattino. Paolo tu non lo conosci. È uno di quegli amici di cui non hai nemmeno mai sentito parlare. Appare e scompare dalla mia vita, come io dalla sua. Intermittente come l’acqua dei fiumiciattoli di paese, che dai per vinti, sconfitti, per buona parte dell’anno, come rigagnoli preistorici di cui rimane solo un letto di selci. Poi, quando meno te l’aspetti, risgorgano in piena. Ora Paolo è in un letto d’ospedale da quasi un mese. Combatte una guerra solitaria, senza commilitoni e guardie, per colpa del Covid e di queste regioni giallo, arancioni, rosso che impediscono a chiunque di stargli accanto.
Ho saputo del suo incidente solamente dopo due settimane. Non ci sono rimasto male. Con lui è sempre stato così. Esserci e non esserci è uguale. Non nel senso negativo ma in quello dell’amore e l’amicizia che non vuole resoconti o riepiloghi. Prima è stato una sparatoria a salve di “come? Ma quando? Perché? Adesso?”. Poi nella sua voce ho trovato la stanchezza di dover ripetere a ognuno il racconto di cui vorresti solo liberarti e ho smesso di pungerlo, realizzando che l’unica cosa che davvero in questo momento gli manca è la normalità. 

Così da quel giorno ho cominciato a mandargli dei messaggi vocali, nei quali gli racconto di me, di te, delle cose che fai, di Agata, dei voli col drone, dei progetti strampalati che mi riempiono la testa, delle piccole grandi tragedie della nostra piccola enorme vita. Senza rendermene conto, al termine dei miei podcast (così li chiamo, perché possa ascoltarli quando vuole), gli dico sempre “devi farcela perché tu sei tutti quelli che ti vogliono bene e tutti quelli che ti vogliono bene sono te”. È una banalità forse, che m’è venuta una sera, senza averla pensata prima. Ma era una banalità che stava proprio qui dentro ed è uscita con la naturalezza di un respiro. È la banalità più vera che abbia mai concepito. 

Con Paolo è così. C’è tanto silenzio tra un incontro, una chiamata e l’altra. Poi arriva qualcosa che scaraventa con la forza di una slavina addosso a entrambi la potenza della fratellanza. 
Durante il mio cammino verso Santiago evitavo di sentire chiunque. Volevo stare solo e accendevo il telefono solo per chiamarti, la sera prima di dormire. Quando ero ad un paio di tappe da Santiago e avevo in corpo la consapevolezza dell’arrivo, ricevetti un suo vocale. Senza sapere esattamente dove fossi, come e se ci fossi arrivato, mi diceva che era fiero di me e con la voce strozzata dal pianto mi diceva di volermi bene e di aver avuto fiducia sin dal primo istante in me. Dio quanto ho pianto. In quel momento nessuno poteva sapere dov’ero e come stavo e quest’uomo lo sapeva. Senza che io gli avessi detto nulla, lo sapeva. Eravamo nello stesso posto, vicinissimi e umani. E gli ho voluto bene come si può voler bene solo alla propria famiglia.

Adesso Paolo sta soffrendo. Quando trova la forza di afferrare il telefono, tenere premuto il tasto del microfono, risponde ai miei vocali. Mi racconta di corsie d’ospedali, busti ortopedici, sale operatorie, anestetici e dolori che non sa descrivere. Io lo ascolto e piango. Penso alla sua vita, alle sue gambe, al suo torace, alla sua espressione sempre timida e sincera. Mi metto seduto lì al suo lato e rimango a sentire il suo respiro affannato mentre riprova per l’ennesima volta a dormire.   
E penso che adesso le luci di Marsiglia debbano apparirgli proprio lontane e che l’unica cosa di cui un uomo abbia bisogno sempre è sapere, credere, che la vita esiste ancora e non bisogna lasciarla andare. E aspetto che mi guardi con i suoi occhi lucidi e stanchi e gli racconto ancora una volta di quella intervista che Muhammad Ali rilasciò dopo aver sfiorato il knockout nell’incontro della vita con Earnie Shavers (È una storia che non conoscevo e me l’ha raccontata di recente Agata, parlandomi dell’incipit del nuovo  libro di Nesi). 

Ali disse che dopo quel cazzotto feroce, le gambe – proprio le gambe – gli dissero che non era più il caso di starsene lì in piedi a combattere. Ma che lui non volle dar loro retta e fece l’unica cosa insensata e assurda che quel briciolo di vita rimastogli dentro gli dettava di fare: rimanere in piedi. Rimase solo in piedi. Poi vinse e tutto il resto. Ma intanto, rimase in piedi. E questa cosa te la voglio dire a te, figlia mia, perché dio solo sa quante volte nella tua vita sentirai il desiderio, il sogno, la voglia di lasciarti andare e forse rimanere sconfitta. E lo voglio dire al mio amico Paolo che annaspa tra lenzuola bianche e ferri che gli tengono tese ossa che non sa nemmeno più di avere. Restate in piedi. Nient’altro che questo. Perché il resto verrà e saranno vittorie, campionati del mondo e cinture d’oro scintillante. Ma intanto, l’unica cosa che conta davvero, è restare in piedi.

Come salvarsi la vita

Io le avrei detto “quando avrò bisogno della tua opinione te la chiederò” oppure ancora “Hai mai fatto caso che ogni tanto si incrocia qualcuno che non va fatto incazzare? Quella sono io!”. Tu hai riso ma hai capito che non avresti tratto un ragno dal buco se continuavamo così e allora ti sei fatta più seria. La tua faccia stava dicendo “papi, ascoltami” e ho provato allora a smettere di essere il cretino che sono e fare il padre. “Dimmi amore, ti ascolto” e hai capito che ora ti stavo ascoltando davvero. 
Il fatto è che questa tua amica, chiamiamola così, fa la stronza. Non giriamoci attorno. Qui lo posso scrivere e dire chiaramente. Per quando lo leggerai, probabilmente non farà più tanto scalpore questo termine. È convinta di essere il capo e si sente il diritto di dire a ognuno quello che deve fare, come lo deve fare, quando lo deve fare. A te dice cose come “tu non puoi giocare” oppure “te ne vai?”. E io mentre ti ascolto ho una tale rabbia che mi monta dentro che vorrei soltanto accenderti la tv, lasciarti vedere quello che vuoi, andare nell’altra stanza, chiamare i suoi genitori e urlargli contro “che cazzo state facendo?”.
Respiro, invece. Continuo ad ascoltarti, capendo che se lascio intravedere quanto sia arrabbiato, cercherai una scorciatoia per evitare i danni collaterali. Fingo comprensione, provo a spiegarti che a volte le persone si comportano così perché dentro hanno un disagio, provo a spingerti a evitare lo scontro e passare il tuo tempo solamente con chi lo merita. Perché il tuo tempo, ti dico, è uno e unico e non lo puoi regalare a chi non lo apprezza per quello che è: prezioso e irripetibile. 

Eppure la mia morale da libro cuore non è sufficiente a darti una soluzione e certamente non calma né te né me. Allora mi sale un sospiro da qualche parte dentro. Prosciuga tutta l’aria che ho intorno e se la porta in fondo alla pancia per poi salire in una nuvola di ricordi e malinconia. 
Amore mio quanto ti capisco. C’era un bambino alle elementari. Aveva la mia stessa età ma aveva fatto la primina e stava nella classe prima della mia. Me lo sono ritrovato alle elementari, alle medie e persino al liceo. Lo odiavo e lui odiava me. 
Mi tormentava. Mi cercava per dirmi cose cattive, su di me che non ero capace di giocare a pallone, che tifavo per una squadra di brocchi, persino su mio padre o la mia famiglia. Non lo sopportavo e provavo sempre a non stargli vicino. La mia strategia era semplicissima: se c’era lui, non c’ero io. Ma in un paese di quattro gatti, una chiesa e un bar, è difficile evitarsi sempre. Così accadeva di scontrarsi, litigare e portare a casa lividi e livore. Abbiamo continuato a odiarci per tutta la nostra vita e anche se non lo vedo da più di vent’anni, penso che se lo reincontrassi lo odierei ancora, per tutto quello che mi ha fatto e detto, o semplicemente perché esisteva. 

Non è stata un’infanzia facile la mia. Mi sentivo solo, lo sai perché te lo racconto sempre. E non avevo niente e nessuno a cui aggrapparmi. Eppure oggi che ho quarant’anni e penso a quegli anni così duri, per la prima volta mi viene in mente che forse devo un grazie a quello stronzo. La prima volta che mi scontrai con lui, lo feci perché stava tormentando un bambino della mia classe che aveva dei problemi fisici. L’ultima perché diffondeva posizioni politiche demenziali. E oggi che ti scrivo, mi viene un po’ da riflettere su quanto amore ho messo in ciò che pensavo, credevo e facevo per difendermi dalle sue aggressioni. Forse non sarei un tifoso così convinto della Roma, se non avessi scelto di tifare anche mentre tutti tifano per i cattivi. Forse non avrei le mie idee, la mie convinzioni, non sarei chi sono oggi se non avessi preso tutte quelle botte. 
Allora approfitto di questa lettera che scrivo a te, per dirgli grazie, anche se mi viene il dubbio che non sappia leggere. 

Se mi stai leggendo, sappi che ti sono grato, perché senza la tua pochezza oggi forse non avrei la mia infinita ricchezza.
Chissà, magari puoi ringraziare anche tu la tua amica.  

‘A vita mia m’a porto n’pietto 
‘o core mio fa oili oilà 
e nun v’à rongo pé dispietto 
‘sta libertà.

Come stai?

Come stai amore? Come va la scuola? Le tue amiche? I tuoi pensieri, i tuoi giorni, la tua vita? A volte mi perdo interi pezzi della tua storia. Ne ritrovo qualche frammento dopo giorni, dentro stralci di conversazione che riguardano altro. Ti ascolto pronunciare nomi, tirare fila di pensieri iniziati tanto tempo prima, in un tempo in cui io ero altrove. Allora provo a rincorrere questi pezzi, implorandoti di aiutarmi al colmare il laghetto divenuto mare che s’è insinuato tra ieri e ora. Tu ci provi, senza troppo entusiasmo. Ti sorprendi. Dici cose come “ma come, non lo sai?”.
E io non lo so, mi sono perso o ti ho persa per qualche istante che è diventato secolo.
“Mi aiuti a preparare la cena? Puoi occuparti tu di apparecchiare la tavola?” e intanto mi sveli l’arcano della tua nuova maestra di italiano che ha un nome che inizia per O e non per U come pensavi tu. Ma dov’ero io quando lo hai scoperto? Com’era la tua faccia in quell’istante o qualche minuto dopo o prima? Mentre la tua amica faceva una battuta e tu incredibilmente hai pensato fosse uno scherzo e non ci sei rimasta male, crescendo vertiginosamente nel giro di una manciata di lancette. 

C’è dentro di me una specie di tristezza atavica. Forse non è nemmeno tristezza. È tentazione di tristezza. Come un affetto immotivato, dovuto ad anni di relazione intensa con essa. Ti svegli la mattina, ti guardi attorno, non trovi nulla che veramente non vada eppure dentro senti una piastrella di serenità che cede sotto al peso della malinconia. Sarà l’autunno o la pioggia che imperversa fuori dalla finestra e batte cadenzata e ritmica sopra alla tettoia del giardino. La mente racchiusa dentro al buio degli occhi spenti che ritornano alla mansarda della mia infanzia, l’acqua e il vento sulle tegole del tetto, il tuono, il temporale. 
Oppure è solo che non hai più un libretto d’istruzioni a cui aggrapparti. Leggerlo fino in fondo, come ai tempi dell’università quando per preparare un esame c’era sempre uno dei libri che si chiamava “manuale”. 

Agata dice che non parlo molto. Non sono capace di condividere la vita e faccio dei miei giorni un gomitolo stretto stretto che tengo solo per me. Mi sorprendo, faccio la faccia di chi casca dalle nuvole e le chiedo, quasi supplico di spiegarmi, dirmi di nuovo, ancora, perché. Lei non se lo spiega come io non me lo spieghi. Dice solo che più di così non sa che dire, è sfinita. E io rimetto in ordine tutti i pensieri. Riprendo in mano i passaggi che mi hanno portato a ridere, parlare, muovermi, camminare, spostarmi in tutte le ore che riesco a riacchiappare. E non ricordo i silenzi perché non contano quanto un silenzio ma quanto una frase concisa con un mucchio di sottotesto che  viene lasciato al lettore per il piacere di scoprire. Eppure non basta. Agata rassegnata mi dice che non ce la fa più e l’unico modo che ha per accettarlo è lasciarmi cuocere nel mio brodo, tenendomi fuori dall’oceano nel quale nuota. Così fa. E non mi dice molto per giorni. Anzi, mi dice solo che si sente meglio. Sente che ora siamo pari. E io me ne sto asciutto sopra un pontile e guardo quel mare che mi circonda e vorrei bagnarmici fino a dove non tocco più e a volte immergermi completamente, finché l’aria che ho nei polmoni me lo permette. Invece sono fuori e mi sento fuori, come un bambino che non sa nuotare e ha pure paura dell’acqua. Mi metto seduto e aspetto che venga a prendermi. Ma lei non viene e d’improvviso capisco che sono solo.

Mio nonno non parlava mai. Aveva un modo esageratamente essenziale di comunicare. E noi, tutta la sua famiglia, avevamo ridotto al minimo le nostre aspettative di comunicare con lui. Succede forse la stessa cosa anche a me, anche a noi?
Ma come te lo spiego e come lo spiego ad Agata che quando passi buona parte della tua esistenza a pensarti da solo i pensieri finisce che diventano sottili sottili, quasi invisibili e spesso fatichi persino a sentirli tu stesso che li hai partoriti? Come faccio a far capire a lei e a te che il mio interesse esasperante per le vostre vite, la mia voglia di conoscere fino all’ultimo granello di sabbia che ha svuotato la vostra clessidra, deriva dalla stessa voglia sproporzionata di esser scoperto, aperto, percorso, vissuto, amato? Tanti interrogativi corrispondono a tanto desiderio di raccontare. Ma la fatica che ho fatto nel cominciare questa lettera è la stessa che faccio nel cominciare un discorso da zero e come vedi anche qui ho cominciato con una domanda.  

Siamo quello che siamo e a volte ciò che siamo è tanto sporco da non apparire plausibile nemmeno a noi stessi. Ne portiamo il peso dentro. Come un fardello di piombo che ci tiene ancorati a terra. E avvicinarci alla pancia somiglia tanto ad un tentativo di autodistruzione che rende facile alla paura di farci schizzar via come un indice che scivola veloce nell’incavo di un pollice per scacciare un insetto. E diventiamo fragili e mediocri, taciturni e reticenti, a volte persino falsi. Perché non c’è niente al mondo, amore mio, di più difficile che far i conti con se stessi.
E quei conti non tornano se mentre li metti in fila bari sugli spiccioli. Li fai una volta, poi la seconda e alla terza sembrano i conti di un ubriaco. E ti senti ridicolo, sei ridicolo, perché un uomo che bara è un uomo che non vale niente. E la risposta a tutti i dubbi ce l’hai sempre avuta tra le mani: perché niente vale la pena vivere quanto la verità. Ma probabilmente ora che lo sai è appena diventato troppo tardi.

L’estate addosso

È un periodo complicato, vero amore? Hai voluto sapere di più su me e Agata e io, nella mia maniera strampalata, forse anche arrangiata, ti ho detto quello che sentivo. E mentre dicevi “non voglio” capivo che entrambi in quel momento stavamo crescendo. Non è questo il punto di arrivo di una cosa cominciata tanto tempo fa? 
Non c’era tensione nelle parole che sceglievo mentre la mia bocca te le rivolgeva. Non c’era ansia, né paura. Ma soltanto la voglia di aprirti la porta di una stanza dentro la quale non sopportavo non fossi ancora entrata. Per lo meno, non fossimo ancora entrati insieme.
La tua compagna di classe racconta dall’inizio della scuola di avere un ragazzo. Dice che è più grande di voi, che frequenta un’altra scuola e che mentre siete a mensa, qualche volta, vi spia dalla finestra. Questo gli permette di conoscervi ad uno ad uno. Subito la tua classe si è divisa tra chi crede alla storia del fidanzato e chi non ci crede. Tu stai nel mezzo. Un po’ perché non riesci a mettere davvero a fuoco una cosa che non vedi e che di per sé ha tanti elementi che non ti tornano (ma se questo bambino va a scuola allora come può vederci dalla finestra mentre siamo a mensa?). Dall’altra però c’è la fiducia cieca che riponi nelle tue amiche, nelle persone, nel mondo in generale e che semplicemente ti impone di credere.

Di base, volevi sapere cosa significasse davvero innamorarsi. E allora senza essermelo mai preparato mi sono trovato a raccontarti qualcosa che non sapevo nemmeno di sapere. Ti ho detto che l’amore è qualcosa che riguarda chiunque, senza età e senza filtri e nasce come un fiore selvatico, senza seme, in posti dove non avresti mai creduto potesse nascere qualcosa. D’improvviso c’è e quel fiore cresce e vive alimentandosi della sua stessa e sola vita. Succede alle persone. Si vedono un giorno, poi un altro giorno, e nasce in ognuno dei due una specie di curiosità. “Wow anche a te piace il fegato alla piastra?”, “ma davvero tifi per la Roma?”, “Oddio è incredibile che anche a te faccia schifo il cocomero”. Cose così, forse banali. Poi questa scoperta diventa voglia, quasi frenesia di far sapere all’altro quali sono le cose che a te piacciono: “devi assolutamente vedere A proposito di Davis!”, “ti è piaciuto?”, “Sì, ti prego vediamo insieme I ponti di Madison County”. E ti rendi conto che quell’emozione che tu provi è la stessa che prova l’altro nel farti entrare nel suo mondo, mentre prende confidenza col tuo. E improvvisamente, senza che tu abbia capito come, hai voglia di sapere tutto dell’altro e senti quasi l’angoscia, un’angoscia piacevole e totalizzante, di raccontare ogni cosa di te. E vorresti che vedesse ogni posto che hai visto e incontrasse ogni persona che conosci, e mangiasse e bevesse ogni cosa che hai mangiato e bevuto da quando sei nato. E capisci che ogni singolo atomo che riempie la tua vita ora riguarda anche lui e anche il minimo sussurro della sua è indelebilmente tuo. E ogni minuto che passi con lui è uguale al più bel giorno d’estate che tu abbia mai vissuto. Ecco, ti ho detto, succede una cosa così. E quando due persone si incontrano e scoprono che tutto questo è vero per entrambi, allora quel fiore selvatico è già nato e se ne sta al sole a riempirsi di linfa vitale e beatitudine. 

Tu sei rimasta zitta a metà tra il divertito e il sorpreso. Anche se dentro probabilmente hai avuto paura. Paura che tutto questo possa toglierti ciò che è tuo, tuo e basta, tuo e di nessun altro. E io l’ho capito, abdicando alle convinzioni che tutto possa essere facile e lineare. Perché di facile e lineare nella vita non c’è niente. Ma allo stesso tempo so – lo so per certo – che l’amore potrà convincerti che tuo padre ci sarà sempre e ti amerà ovunque e comunque con la stessa forza del primo giorno. Perché l’amore smuove le montagne e trasforma il deserto in aiuole fiorite. Non aver paura, amore mio. Perché dove c’è bene non può esserci male e l’amore non si può dividere ma soltanto moltiplicare.    

La fine dell’estate

Ti verso ancora l’acqua nel bicchiere e i pomeriggi con te sono tutto un coro di “papi ho sete”, “papi mi dai l’acqua”.  Non ci avevo mai fatto caso. Nel senso che non avevo mai collegato questa formula ai tuoi otto anni e mezzo, pensando a quando o come fosse ancora naturale versarti l’acqua. Rispondo a una domanda “ho sete” e trovo una soluzione “ecco l’acqua”. E se ti facessi però male così?
Non succede mai veramente di ricordare chi siamo stati in una dimensione spazio temporale più o meno esatta. Così, raramente capita di avere un ricordo e saperlo collocare nel tempo giusto che l’ha visto svolgersi. Cosa facevo alla tua età? Cosa pensavo? Cosa sapevo fare? Certamente ero un bambino molto solo. Nonostante avessi un fratello più o meno coetaneo, non eravamo molto uniti, anzi spesso ce ne stavamo ognuno per fatti suoi, a cercare di riempire le giornate ritagliandole intorno a una noia che era l’unica vera cosa che condividevamo. 
I nostri genitori erano impegnati in altro. Io e lui, pochi giochi e istinti completamente diversi. Lui correre, saltare, fisico e fiato. Io solo testa: intagliavo dentro alla fantasia favole, costruzioni, progetti, invenzioni che rimanevano solitamente una nuvola già evaporata al mattino dopo. Ricordo però chiaramente quando nacque nostra sorella e questo mi permette di avere un’idea precisissima dell’età che avevo, e avevo l’età che hai tu adesso. Ricordo quel primo anno che i nonni passarono a fare avanti e dietro dall’ospedale per capire cosa avesse questa bambina che non voleva crescere. E poi il sollievo, l’ambientamento, la familiarità di tutti i giorni.
Sai che le cambiavo il pannolino? Da solo, la prendevo in braccio, la mettevo sul letto e la cambiavo. Le davo da mangiare e quando si svegliava ed era sola nella sua culletta, andavo a farle compagnia e qualche volta, solo qualche volta, quando i tuoi nonni erano distratti, andavo da lei anche se non era sveglia e la prendevo lo stesso in braccio e la cullavo lentamente.
Può fare tutte queste cose un bambino di 9 anni e non puoi farle tu che sei capace di cose straordinarie? 

È strano però come tutte queste cose siano sempre state sotto i miei occhi e io non le abbia mai viste. Fa impressione pensarci adesso che ho finalmente gli occhi aperti e vedo il mondo attorno nitido com’è. Forse a volte sono come Rocky con gli occhi completamente chiusi, incapace di inquadrare il ring. E Agata è il mio Micky al quale imploro di aprirmi gli occhi per tornare lì su a fare la mia parte. Lei mi guarda ed è incredula che io possa esser ridotto così e ha la tentazione, la voglia – lo dice pure, in realtà – di lasciar perdere, ché è finita, non ne vale più la pena, sono messo troppo male. Però poi alla fine afferra una lametta e mi incide la parte sopra l’occhio, uno spruzzo di sangue mi ricopre la faccia, mi passa un panno per asciugarmi e finalmente riguardo il mondo e sono il campione che nessuno aveva mai visto, quello che ritorna sul ring e strapazza Apollo. E non è così che faccio anche con lei? Recidivo combatto una battaglia nella quale incasso solamente colpi e i colpi non vengono dal niente, sono tutti i miei sbagli, le cose che non vedo, gli occhi che non proteggo e mi si gonfiano fino a farmi non vedere più. Non sapevo già tutto dall’inizio? Eppure mi lascio andare e inevitabilmente sbaglio fino al momento in cui capisco. E lì, in quel momento, mi sento come il personaggio di Cechov: all’improvviso tutto gli fu chiaro

Non ti darò più l’acqua. È una promessa non una minaccia. Puoi prendertela da sola e se rompi un bicchiere non sarà un gran danno ché ne rompo già di mio tanti senza consumare tragedie. E smetterò lentamente di fare tante altre cose per te. Non perché non ti voglia più bene ma proprio perché te ne voglio da impazzire. E sai un’altra cosa? Quella crostata che diciamo ogni volta di fare insieme e poi finisco a fare quasi completamente io mentre tu ti limiti a rubare pezzetti d’impasto di nascosto, la prossima volta te la lascio fare da sola. Questa è la ricetta, lì la dispensa con le cose che servono. Divertiti! E se casca un po’ di farina per terra non aver paura: c’è il Dyson (che ovviamente puoi usare da sola). Ad Agata non lascerò preparare crostate ché in questo è già un fenomeno indiscusso. A lei lascerò viver la vita che desidera, standole accanto e riempiendo ogni ansa del suo fiume con il mio, fino a farli diventare paralleli e indissolubili. E per ogni sasso, ogni dosso o collinetta, stringerò i denti e ci andrò contro con tutta la forza che non so di avere. 

Settembre

Cosa stai passando in questo momento? Come ti senti, cosa vivi, cosa vedi? Come immagini tuo padre? Dentro al tuo sguardo incontro la voglia di chiedere che soffoca dentro un sospiro. Mi avvicini, ti strusci a me come un gatto, insinuandoti tra le braccia per farti abbracciare e mi chiedi dieci, cento, mille volte se ti voglio bene. Ma certo che ti voglio bene amore mio. Hai presente quante stelle ci sono nell’universo? No, non puoi saperlo, non lo sa nessuno, in realtà. Immagina però di poterle contare e di avere un’astronave potentissima che ti permetta di andare oltre i confini del nostro sistema solare. E che arrivata lì, scopriresti che esistono altri universi e altre stelle, milioni di galassie e che i numeri a tua disposizione non finissero ancora. Bene, ti accorgeresti che tutto questo non basterebbe ancora a darti una misura del bene che ti voglio. 
Tu però socchiudi gli occhi e adagi la testa nell’incavo tra la mia spalla e il collo. Ti accarezzo i capelli e non dico più niente. Ti bacio ogni singolo filo di rame e faccio quel shhh sottilissimo e lunghissimo che facevo quando eri piccolissima per farti addormentare. Ma tu non dormi e rimani un po’ tra le mie braccia. Solo qualche attimo ancora prima di sparire tra le tue cose. 

Stai passando un brutto momento, mi hai detto. Perché hai il sospetto di una cosa e alcune tue amiche te ne hanno parlato e tu devi aver pensato che se te lo chiedono anche loro allora quella cosa non è più solo nella tua testa. È nelle teste e nelle vite anche di altre persone. E per questo deve essere probabilmente vera. Ma come chiedere a tuo padre di raccontarti perché la ragazza che ti era piaciuta così tanto, con la quale avevi legato, pensato potesse diventare la tua migliore amica, la stessa che ti aveva abbracciato e fatto sentire capita, amata, importante e unica, ora non è più solo tua? Allora resti in silenzio. Lasciando che quei pensieri passino dalla testa alla pancia, diventando sassi nello stomaco.
Amore parlami, dimmi cosa ti tormenta. “No, papi, non posso dirtelo”. E ci lasciamo alle spalle un’altra giornata della quale rimane il sospetto di non averti dato ciò di cui hai bisogno: parole, conforto, certezze. Ma l’amore è l’unico solvente col quale so sciogliere la paura.  E finisco per raccontarti come faccio forse troppo spesso, che dove c’è amore non può esserci paura, né tormento, né nulla che possa avere la faccia del male. E senza accorgemene ti sto dicendo ancora una volta che ti voglio bene e che ci sarò sempre. E faccio ben attenzione a non usare un però né un ma nel passaggio tra una frase e l’altra e aggiungo che voglio bene anche ad Agata. Le voglio bene e te lo dico con la stessa naturalezza con la quale ti racconterei una giornata al mare. E tu mi ascolti e abbassi gli occhi a terra, a fissare una mattonella del pavimento. E ti stringo forte e so che forse ti sto spezzando il cuore e ti tengo stretta per tenerlo insieme e non permettergli di cedere. Ti dico che lei ne vuole a me e ne vuole anche a te e so che, anche se ora ti sembra più difficile, tu ne vuoi a lei: te l’ho letto negli occhi così tante volte, da non aver alcun dubbio a riguardo. 

Poi rimaniamo fermi in una posa che mi riporta in testa un tuo padre più giovane e con i capelli più lunghi e tu che parevi uno di quegli animaletti appena nati, con gli occhi chiusi e nessun muscolo. Rimaniamo così fino a quando non ti senti forse colma dell’amore che ti sto riversando addosso e che ti bagna tramite le lacrime che ti raggiungono i capelli. Tu non ci fai quasi caso e mi chiedi “papà ma tu mi vuoi bene?” e io ti rispondo “hai presente quante stelle ci sono in cielo…” 

Traslochi

Ho preparato una scatola. Anche se davanti alla porta adesso ce ne sono due. L’altra contiene i maglioni e i calzini invernali che provengono dal cambio di stagione. Nella scatola che ho preparato ho inserito invece i tuoi colori, i pennelli, tutta la cartoleria, alcune foto, due piccole scatole che chiamo le scatole dei ricordi (piene a loro volta di foto, lettere che provengono dalla preistoria, oggetti che per un motivo o l’altro hanno segnato la mia vita fin qui), due casse bluetooth, tanti cavi che non so bene a cosa servono ma che per scrupolo o perché non saprei in quale bidone della differenziata buttare, sto portando con noi. È solo l’inizio, mi sono detto, mentre chiudevo il coperchio della scatola di plastica di ikea e lanciavo uno sguardo alla scrivania ancora piena di cioccoli che non avevano trovato collocazione nella prima scatola. 

Quanti traslochi avrò fatto nella mia vita? Mi è venuto da chiedere, osservando quanto col tempo si sia in fondo ridotto l’ingombro che mi porto dietro di casa in casa. 
Tutti i miei libri giacciono nella cantina di un mio amico da tre anni, alcune cose tua madre ha a tutt’oggi la pazienza di conservare: il mio hi-fi e qualche libro che, di tanto in tanto, quando mi ci cade lo sguardo sopra, domando retorico “questo è mio?”, ritrovando la sua risposta scettica “non credo. Mi pare lo avevo preso a casa di mia madre”. A poco serve rincorrere i ricordi, fermarsi al momento in cui avevo comprato Kaputt su ebay a quattro soldi in un’edizione vecchia di 40 anni. Ormai è suo o tuo, per quando sarai grande. Certamente non più mio, come forse non lo è mai stato, espropriatomi dalla lettura che gli ho negato nell’attimo in cui era atterrato tra le mie mani. 

Sono così tristi i traslochi che non vorresti mai farli da solo. Ne parlavo anche nel mio romanzo rimasto inedito. Raccontavo un trasloco immaginario nel quale lui veniva affiancato da una lei premurosa e pragmatica. Nella realtà anche in quel trasloco ero solo. Sono tristi i traslochi perché ti costringono a scegliere. Scegliere cosa portare, cosa non scegliere per il momento, cosa buttare. E nel farlo passi in rassegna la tua vita, gli oggetti che l’hanno composta o accompagnata, li soppesi sulle dita, ti chiedi “ne ho davvero bisogno?” e la risposta non è mai perentoria. Mi piace fantasticare da sempre sulle ditte di traslochi. Persone incaricate di sondare le tue stanze, impacchettare, ordinare, scegliere per te. Poi ti portano tutto nella tua nuova casa, spacchettano, impilano, incasellano, ordinano di nuovo. Tu hai il solo compito di infilare la chiave nella serratura ed entrare nel nuovo capitolo della tua vita. 
Certe cose però probabilmente non esistono e me le immagino come immaginavo a scuola macchine del tempo che mi avrebbero portato avanti e dietro nelle 3 ore del compito di latino per rubare al futuro informazioni preziose da rendere al me impacciato del passato. 

Quando sono andato via dalla mia ultima casa da studente per andare a vivere con tua madre, tranquillizzato dal fatto che uno dei miei coinquilini storici rimaneva a vivere in quella casa, ho lasciato buona parte delle cose che avevo in due armadi in corridoio che avevo fatto miei. Pensavo che nelle settimane successive sarei andato a riprendere tutto. Di fatto non ci sono mai tornato. È stato così che ho perduto un pezzo di coperta di lana ricamata a mano da mia nonna per quando nei pomeriggi d’inverno avrei studiato al freddo (ti terrà calde le gambe, così mi aveva detto). E a distanza di 11 anni, vorrei ancora avere una Delorian che mi porti a non dimenticarla. (A proposito, sai che Agata ha chiesto al mio coinquilino se per caso la coperta era ancora in giro in casa? Volevo regalarmela per il mio compleanno. Sarebbe stato folle e pazzesco ma non ha funzionato).
Sono così i traslochi, mi dico adesso che provo a riflettere su quanto ho imparato dai miei tanti traslochi trascorsi, tentando in tutti i modi di dare un luogo, una posizione, un biglietto per imbarcarsi in una scatola a qualunque cosa. Eppure non c’è trasloco senza sacrificio. Provo a trovare un senso da riferirti in questa ultima lettera di inizio agosto, prima di ritrovarti tra più di un mese. Ci penso, non lo trovo. Forse, mi dico, è solo una questione d’ordine e costringersi a trovarne uno al momento del trasloco è una specie di forzatura o di inganno al quale ci sottoponiamo senza capacità concreta e reale. L’ordine è nelle cose di ogni giorno, nel mettere un libro al suo posto, un fumetto impilato con gli altri, una bambolina nella scatola dei giocattoli, un pezzetto di Lego insieme ai restanti. Vuoi vedere, amore mio, che la lezione che dovremmo imparare è di dover ricominciare in maniera differente da tutti quelli precedenti? E forse il “ri” è davvero di troppo. Facciamo che stavolta cominciamo?

Figlia

Agata mi ha portato a cena a casa di una sua amica che nel mezzo di una conversazione sul Covid, l’estate e il cous-cous mi ha detto che adora quel pezzo in cui ti faccio fare della solitudine e delle sofferenze collane di perle che indosserai quando sarai grande. Ho fatto fatica a capire di cosa stesse parlando, non afferravo il discorso e mi pareva di sentirmi come quando si è nel mezzo di una chiacchierata in una lingua straniera e ti pare che perso il significato di una parola hai improvvisamente perduto il senso di tutta la conversazione. Quando mi ha visto disorientato, ha aggiunto altri elementi, recuperando dalla memoria principesse e pirati. Ho allora capito che parlava di una lettera che ti ho scritto qui e ho avuto l’esigenza di fissare il piatto che avevo davanti e riempirmi la bocca di cibo.
Che strana sensazione vedere traslato il nostro mondo al di fuori di qui, trasportato sulla bocca di qualcuno che non ti conosce e ha appena conosciuto me. Quanto ci rappresenta davvero tutto questo?

Ci ho riflettuto tanto e mi è venuto in mente quel pezzo di Vecchioni che dà il titolo a questa lettera. È curioso perché ho ascoltato tantissimo quella canzone in tempi non sospetti, quando tua madre e io eravamo lontanissimi dalla nostra separazione. Lo ascoltavo, prima ancora che tu nascessi e poi ancora quando sei nata o eri piccolina. Dentro ci sentivo una malinconia sottilissima, non capivo – come avrei potuto? – eppure capivo, come se dentro quei versi ci fosse scritto un destino. E mi arrabbiavo con Vecchioni ogni santissima volta che lo sentivo pronunciare che un sogno lo aveva portato lontano. Mi dicevo “come può un sogno portarti lontano, come puoi permettere a un sogno – soltanto un sogno – di portarti lontano’”. E lo pensavo egoista e cinico, concentrato su se stesso da non avere spazio per altri. E ora, ora che quella canzone mi riguarda così tanto, ora che ho trascorso gli ultimi tre anni a riascoltarla filologicamente parola per parola, come a voler scorgerci dentro una verità assoluta e superiore, capisco più che mai la sensazione di trovarsi sospesi in una vita nella quale tu sei presente fisicamente solo parte del tempo. Rimanendo come intontiti a ogni separazione, incastrati in una bolla improvvisamente vuota nella quale non ci sono più le risate, gli scherzi, le carezze, i baci ma solo la loro eco. E capisco così tanto, così bene, il poco e male, che è diventato mio, nostro. 

Quante volte avrei voluto parlare con Vecchioni. Con lui, con chiunque altro abbia vissuto questa esperienza. Chissà, forse anche per questo ho aperto questo blog, come una rete sospesa a un trabocco sul mare, tesa a raccogliere i pensieri miei che galleggiano nell’acqua cheta. E quei pensieri sono miei e tuoi che stai leggendo. Sono forse anche dell’amica di Agata che ha fatto sue le perle e indossato la collana per il tempo di una lettera, o per non so quanto ancora. Non so, forse dovrei farle sapere che quelle perle non erano tue ma di Agata che le sta indossando di nuovo, proprio adesso, mentre sta in cucina, abbarbicata in una delle sue posizioni da sciamano indiano, sfregiandosi la pelle intorno alle unghie delle mani. È in questi momenti che la nostra vita pare uno di quegli esercizi che ci davano da risolvere al quinto anno di liceo. Allora come adesso, io resto fermo prima di afferrare la penna e cominciare a disegnare schizzi. Guardo all’indietro, poi in avanti. Mi chiedo come saremo tra un mese, un anno o dieci. Ma è un gioco perché la soluzione sta già dentro al foglio. E fare è l’unico modo per sapere. Fare, costruire (come dicevo in una lettera di qualche tempo fa). È per questo che se ti guardi le mani sono sempre sporche di calce. Agata lo sai, sì?

Ogni cosa che c’è

Quanta concentrazione ci metti per rendermi felice, quanta dedizione, quanto scrupolo, sentimento, attenzione, impegno, riflessione, amore? Spesso ti osservo senza sapere esattamente il carico di ansie e stress che ti porta tutto quel lavoro extra a cui ti dedichi per costruirmi una sorpresa, un segnale, un piccolo, a volte impercettibile eppure straordinario, regalo lasciato sopra la porta della mia stanza a dirmi “hey, io ci sono e ti amo!”.
Lascio che i giorni qualche volta prendano il sopravvento, si facciano lame che tagliano via attenzioni e osservazione. Rimango a guardare e lascio che la sedia liscia sopra la quale sono seduto diventi uno scivolo che mi trasporta lontano da te.

È successa la stessa cosa forse anche per il mio compleanno. Io me ne stavo beota a osservare i preparativi per la cena che tua nonna aveva organizzato e contemporaneamente ti vedevo sfrecciare per casa, ora con telefono in mano, ora con un foglio di appunti, poi ancora con uno da disegno. Di tanto in tanto ti fermavi vicino a me e mi dicevi di essere stanca ma eri felice. Sapevo, immaginavo, che insieme ad Agata stavate tramando qualcosa e ti lasciavo fare, tenendo chiusa in una scatola la curiosità che voleva ti facessi qualche domanda di troppo. E mentre tutto questo accadevo e costruiva un piano che ignoravo ancora, non devo essermi reso conto che il mio regalo era proprio lì davanti a me. Il mio regalo erano i tuoi passi scalzi da una stanza all’altra, ogni singola lettera o numero composto sullo schermo del telefono, ogni striscia di colore impressa su un foglio. E questo regalo è sempre qui, ce l’ho davanti persino adesso che me ne sto al computer a tentare di rimediare all’ennesima scadenza mancata e tu te ne stai tranquilla a dormire per concedermi qualche altro minuto per finire questa lettera. 

C’erano quaranta dolcetti sul tavolino basso di tua nonna quella sera. Quaranta dolcetti tipici che Agata aveva fatto arrivare grazie a un corriere e al tuo aiuto direttamente dal suo paese. Su ognuno avevi piazzato una candelina che mi hai rivelato di aver acceso personalmente. Erano ordinati in un rettangolo con 5 dolcetti sul lato corto e 8 su quello lungo. Tu hai sistemato tutto, insieme alla splendida torta che aveva preparato tua zia, coordinato la banda di cugine, zie e nonna che avevi davanti come un maestro consumato fa con la sua orchestra. Poi hai abbassato le luci e sei venuta a chiamarmi. Mi hai preso per mano e mi hai portato lì con gli occhi chiusi.
C’è un video che racconta tutto questo. Ma come accade spesso nei video, non c’è modo di vedere la verità. In quel video arrivo nella stanza rigido e con un sorriso ebete sulla bocca. Dico qualcosa che vuole essere una battuta e sembra invece soltanto un lamento. Tu mi trascini e contempli da dietro le mie spalle il capolavoro che hai appena realizzato. Io lo guardo, ti cerco, ti trovo, ti abbraccio e ti imploro di soffiare le candeline insieme a me. Se un giorno inventeranno una macchina per leggere i pensieri della gente e proveranno a decodificare questo video, scopriranno che non desidero nient’altro che la tua felicità. Con tutta la forza dei polmoni e delle palpebre chiuse, soltanto la tua felicità.

Intanto ripenso a tutto questo. Al lavoro che ti è costato, all’impegno, la dedizione, la costanza, anche la riservatezza o la fatica di mantenere un segreto che non sei abituata a tenere in serbo. Più ci penso, più mi pare di capire una di quelle cose importanti che sembrano scritte nella natura, nei libri, nelle stelle: ogni gesto, ogni sguardo, ogni carezza, ogni passo, ogni soffio o bacio o sussurro o parola è per me, soltanto per me. Ed è il miracolo più straordinario al quale io abbia mai assistito o preso parte. È l’esistenza di Dio.

Point Blank

Non so dirti esattamente da quanto e come aspettassi questo momento. Ansia, come sempre, un po’ di emozione, tanta frenesia e la solita vecchia tentazione di disseminare check point giù per la mia vita. Questo è uno di quelli. Quelli importanti, significativi, probabilmente con la bandierina un po’ più grande delle altre.
Negli anni, me lo sono immaginato in tanti modi diversi, a seconda dell’euforia o della tristezza che riempiva il liet motiv della mia esistenza nel momento in cui mi fermavo a riflettere. “Affitterò una villa con piscina, magari in Umbria o in Toscana, e ci inviterò per tre giorni tutti i miei amici”, pensavo, immaginandomi probabilmente una di quelle feste hollywoodiane, con il patron che esce in vestaglia dalla magione, mentre una platea di bikini e bermuda lo attende a bordo piscina. Lo festeggerò buttandomi col paracadute, organizzerò una braciolata in montagna, un viaggio esotico, voglio arrivarci col tatuaggio di Moby Dick sull’avanbraccio sinistro. E poi le cose che avrei voluto fare prima di questo traguardo: finire un romanzo, leggere Infinite Jest, rileggere il Quijote, imparare a suonare la batteria o la chitarra (o entrambe), comprare una V7, trovare un lavoro migliore, viaggiare, assistere almeno a un concerto del Boss, di Dylan, di Vedder, incontrare finalmente il Maestro e chiedergli di firmarmi Radici. Di quante cazzate mi sono riempito la testa in tutti questi anni. Cose futili, a volte superficiali, insensate, certamente non importanti. A volte ho davvero l’impressione di essere il ragazzino che raccontava tua madre. Quello che si riempie la bocca e il cuore di voli d’airone ma che non sa volare nemmeno come un tacchino. Ogni tanto ci penso. Mi chiedo chi sia davvero questo quarantenne con i capelli da tagliare e la barba a chiazze, gli occhiali vecchi perché quelli nuovi sono diventati a loro volta più vecchi e graffiati, sei, sette chili di troppo e un continuo programma di ambizioni e progetti che rimangono puntualmente dentro la scatola incellophanata appena afferrata dallo scaffale. Non sono i giorni come quelli che racconta il boss in fila uno dopo l’altro? Io in fila metto le scintille della mia testa, lame di luce che escono dal coperchio sopra al quale il gigante si è seduto. E a volte quel coperchio è proprio chiuso, altre sigillato, e qualche volta, ormai solo qualche volta, riesce a scivolare di pochi millimetri di lato, lasciando che il suo contenuto trabocchi un poco, esaurendosi però nell’attimo esatto in cui lo intravedo appena. Quanto è pessimista tuo padre. Imparerai, se non lo hai già fatto, a riconoscere questo pessimismo, forse anche ad amarlo o a sorriderne. Spero però non ti appartenga mai perché è una gabbia che disegni da solo e dentro la quale ti chiudi a doppia mandata ingoiando la chiave. Sembra un ambiente confortevole e piacevole perché ti fornisce tutto ciò di cui hai bisogno: le rassicurazioni e la certezza che peggio è sempre più comodo e nella migliore delle ipotesi, se ti sarai sbagliato, sarà andata tutto sommato meglio di quanto avevi puntato. Non è un modo per vincere sempre? È così che sono cresciuto, sin da quando avevo più o meno la tua età. Mi dicevo: se abbasso le mie aspettative al minimo, tutto quello che verrà sarà meglio e quindi sarò felice. E così facendo limitavo al minimo i danni collaterali, costringendo sogni e ambizioni a nuotare in una pozzanghera di fango. Ma non puoi scappare sempre e prima o poi chi sei ti trova. 

Faccio ancora spesso molti degli errori del passato. Qualche volta confondo il passato col presente. A volte sono così stupido da vederci dentro il futuro. Ma ciò che rimane al di là di questi momenti isolati in cui quasi mi esercito ad essere malinconico come in una parte che interpretavo in uno spettacolo andato in scena tanti anni fa, è un prato di trifogli e margherite. Io mi sdraio con un filo d’erba in bocca e le mani incrociate dietro la nuca a contare le nuvole che passano nel cielo, mentre tutto intorno è pieno di quadrifogli che aspettano solo di essere trovati. Ogni tanto mi alzo, per ammirare la visuale orizzontale. Certe volte corro. Altre cammino piano, pianissimo. Ciò che mi piace di più al mondo è stendere le braccia, come faceva Montella dopo un gol, alzare la testa al vento e chiudere gli occhi. Di solito faccio un passo in avanti e inciampo. Quando riapro gli occhi ho un quadrifoglio dritto davanti agli occhi. Io mi dico che è stata fortuna o caso ma dentro so che è soltanto destino. Perché nel destino di ognuno c’è scritta la propria felicità. Sai che una volta avevo paura di pronunciare questa parola? La chiamavo serenità, come fosse la stessa cosa. 
Ho raccolto un mazzo di quadrifogli e tutto ciò che voglio è continuare a starmene qui a sentire il vento sulla pelle, il sole nei pori, l’erba umida sotto i polpastrelli, il profumo della primavera che abita il mio epitelio olfattivo. Non ho bisogno di niente perché niente mi serve e, sai, mercoledì è un giorno come un altro, bello come tutti gli altri. Vedi, te lo volevo dire da tanto tempo, amore mio, e ci giravo intorno, certe volte ci saltavo sopra. Ora che però mi rigiro questo quadrifoglio meraviglioso tra le dita, mi dico che non ha nessun senso continuare a non dirlo. Sono innamorato. Ecco, l’ho detto.