Breathe

Non sempre potrai fidarti di tutti nella vita, un po’ l’hai già capito. Ci sono persone che godono nel veder soffrire gli altri, come se si nutrissero del loro dispiacere, e lo alimentano, lo provocano, lo cercano. È successo così anche con l’amica della tua amica. Una bambina che conosci di striscio perché frequenta un’altra sezione e alla quale mai ti saresti sognata di far qualcosa di male. Non ha avuto la stessa premura lei per te e, dopo aver passato un pomeriggio a giocare insieme, probabilmente osservando il tuo sguardo timido, le tue parole posate e controllate, i tuoi gesti che non fanno rumore, ha pensato bene di andar a parlar male di te in giro il giorno dopo. Te lo ha detto Silvia, che è una tua amica fidata. Ti ha detto che le aveva raccontato che sei antipatica e sei antipatica anche a Paoletta, che è stato il tramite che vi ha fatto incontrare.
Ti è allora crollato il mondo addosso e mi hai dato un’altra di quelle lezioni di maturità che tiri fuori quando meno me l’aspetto. Ti sei tormentata una notte intera a chiederti e chiedermi se davvero Paoletta potesse pensare di te questo e il mattino dopo appena siete rimaste solo glielo hai chiesto. Bam! Schietto e diretto. Lei ti ha risposto che no, non le stai antipatica. Come puoi pensarlo? Vi siete date un abbraccio (questo non so se sia successo ma voglio immaginarmelo così), e siete tornate con gli altri.

Quando me lo hai raccontato ti ho detto che eri stata brava e che molte persone non sono capaci di farlo. Si accontentano della prima versione che trovano dei fatti, la incartano se la ficcano in tasca e se la tengono per sempre lì, mutando atteggiamenti, espressioni, consuetudini che hanno nei confronti degli altri.
Chissà, ho pensato senza dirti, forse facevo la stessa cosa anch’io quando avevo più o meno la tua età e poi ancora dopo, quando ero più grande, andavo alle medie, iniziavo il liceo.

Ero timido, introverso, spigoloso. Ma volevo, lo volevo davvero, fare amicizia con gli altri. Alcuni di loro erano divertenti e simpatici. Passavamo del tempo insieme, c’era pure una specie di legame. Eppure arrivava sempre qualcuno che mi allontanava o dal quale mi facevo allontanare. Invidiosi o prepotenti, mettevano le loro risate tra me e gli altri, le loro battute ironiche, il sarcasmo spicciolo che può avere un bambino che difende il proprio territorio. E io me ne andavo. Ritornavo dentro la mia tana di solitudine e tristezza, a guardare il mondo che scorreva fuori dalla finestra della mia stanza. Ero solo, dentro e fuori. E disegnavo confini e limiti dentro i quali non mi era permesso spostarmi o allontanarmi, dirazzare. E quelle linee tratteggiate aumentavano ogni giorno d’intensità e volume e io finivo per essere il segnaposto di Google, perennemente inchiodato al perimetro di una stanza.

Quanto sarebbe stato facile, far quello che hai fatto tu. Andare incontro alla paura e chiedere: è vero? Sono io il problema? Ma che lo fossi o no, il problema non si muoveva dal posto che gli avevo dato.

Una volta uno dei bambini simpatici mi disse “gli altri dicono che tu sei uno spione perché ci guardi sempre dalla finestra”. Lo disse senza cattiveria, col tono di chi non crede a ciò che dice. Non seppi cosa rispondere. Mi allontanai e piazzai un nuovo confine tra me e un’altra persona. Quella stessa sera, sentivo le loro voci che chiacchieravano nella panchina sotto la mia finestra. Mi sforzai con tutte le forza che avevo di rimanere sotto le lenzuola e resistere alla tentazione di alzarmi e guardare. Ma li sentivo parlare e parlavano anche di me. È probabile che piansi o covai vendetta e violenza. Qualunque cosa feci, rimase sotto le lenzuola quella sera e tutte quelle che seguirono. Non fui mai capace di integrarmi in quel gruppo che finì per essere il gruppo degli altri. Persi anche le poche amicizie che avevo iniziato e forse anche per questo quando a 19 anni partii per venire qui all’università, sentii che non era solo l’inizio della mia vita da adulto. In qualche modo, era un inizio assoluto.

Puoi passare la vita intera a nasconderti ma prima o poi ciò che fuggi ti troverà. E quello che fuggi non è quasi mai ciò che pensi. Io scappavo dagli altri ma in realtà scappavo da me. Ci ho messo quasi 20 anni per capirlo e oggi che ne ho il doppio ho capito che la vita è più semplice di quanto ce la possiamo ingarbugliare. Spesso vediamo muri davanti a noi, ma se ti avvicini – come hai fatto tu – scopri che quel muro è un foglio di carta che se soffi si stende su un lato e ti lascia respirare.  

La rivoluzione

Agata mi ha costretto a iniziare un nuovo romanzo. Costretto è una parola brutta, probabilmente giusta.
Sono passati dieci anni e qualche spiccio da quando ho messo l’ultimo faticoso e promettente punto a quello che è rimasto l’unico romanzo terminato della mia vita. Doveva essere il primo di una lunga serie. È rimasto il primo. L’ultimo.
Dentro al mio dropbox ci sono una serie di cartelle denominate Come un romanzo. Negli anni, a Come un romanzo uno, si sono affiancati omonimi due e tre. Adesso esiste anche una cartella che si chiama Come un romanzo quattro. Inizi di storie sospese tra le mie dita e  tutte le cose a cui ho permesso di distrarmi. Pensa, non ricordavo nemmeno che esistessero il secondo e il terzo; me ne sono accorto qualche giorno fa, quando ho salvato il primo capitolo di questo lavoro appena iniziato.

Ma andiamo per ordine. 
Dieci anni fa, dicevo, mettevo fine a quel romanzo. Ero così entusiasta e soddisfatto del lavoro che avevo tra le mani, mi emozionavo alla sola idea di riaprire la cartella.  Passavo minuti interi a scrollare da sopra a sotto quel file lungo 100 pagine, 98 per l’esattezza. 
Negli anni ho probabilmente avuto altri spunti per altre storie, più o meno possibili. Ciò che mi è sempre mancato è forse il coraggio di scriverle davvero, o più semplicemente si è trattato della solita vecchia faccenda: la mancanza di costanza e dedizione.

Ormai dovresti averlo capito. Sono una specie di vulcano mai spento, un ribollire di idee. Se le mie idee fossero fuoco potremmo scaldarci l’intero pianeta. Il problema è che sono lava profonda e scintille, che da sole non bastano, servirebbe del legno. E troppo spesso mi perdo nel tentativo di costruire una catasta decente di fascine e tronchi spezzati. 
Così rimangono solo lampi, inizi. Bagliori soffocati dallo stesso cratere che li ha prodotti.
Poi un giorno sento di nuovo il calore del magma muoversi nella mia pancia, aspetto finché qualche lapillo mi sale alla gola, allora dico ad Agata che ho un’ispirazione. Una nuova idea. 
Lei ha ormai abbastanza esperienza per riconoscere e sapere che quell’idea si sta esaurendo già mentre gliela racconto, e potrebbe anche dirmi “lasciamo stare, se vuoi parlamene, ma non provare a convincermi. Ti conosco”. Invece mi chiede di raccontarle, e raccontarle ancora. Mi fa domande minuziose. Mi chiede di vedere insieme un documentario su una vicenda trasversale alla storia che voglio costruire. 
Continuiamo a parlarne ancora il giorno dopo. Mi dice di alcuni spunti che le sono venuti in mente, mi porta letteralmente alla Feltrinelli a cercare un libro che percorre gli anni e gli eventi che fanno da lietmotiv alla mia storia.

Un pomeriggio, mentre è primavera, mentre le persone parlano dentro le loro finestre aperte, mentre ce ne stiamo in balcone col sole in faccia, mi chiede quando ho intenzione di iniziare a scrivere. E io mi sento a disagio. Perché tra la mia idea e la sua messa in pratica c’è un mare davanti al quale mi sento stanco solo ad immaginarmi a nuotare. Ma la sua non è propriamente una domanda, neanche una richiesta, è il memorandum di un obbligo a cui adempiere. Un obbligo morale, quasi a risarcire il tempo, il nostro tempo, impiegato a guardare un documentario che lei non avrebbe mai visto in vita sua, una passeggiata in libreria che non avrebbe fatto, ore intere a parlare di una vicenda di cui, tutto sommato, poteva fare pure a meno. Messa così è difficile dire “poi” o “non lo so”, anzi – diciamocelo – è praticamente impossibile. 

Così, mentre lei se ne va a fare una doccia, io accendo il computer e comincio a prendere appunti per un primo capitolo. Mi accorgo che nascono alcuni personaggi, e scrivo. Scrivo. E vengono a galla aneddoti e intrecci, nasce una pagina, non più fantastica, ma reale. Le pagine diventano due. Insomma avviene quel miracolo, la magia di quando scrivi una cosa che funziona e tutto, le persone e i loro vestiti, i fatti che racconti e i luoghi in cui prendono forma, smettono di essere scritti e diventano veri, concreti, si tramutano in ricordo, sensazione, esperienza, vita.
Intanto ti ho raccontato la trama di questa storia. Mi hai ascoltato attentamente, interrompendomi quando non capivi, e come al solito sorprendendomi, dandomi la mano mentre ero in difficoltà. 

Succede che uno dei personaggi del mio racconto si toglie la vita, questa cosa non sapevo proprio come spiegartela, e sorvolavo, ci giravo intorno. Tu però continuavi a tornarci sopra perché non avevi capito. A un tratto mi hai chiesto “ma quindi si è suicidato?”.
“Mio Dio quando sei diventata così grande, amore mio?”, ho pensato e ti ho detto.
Al termine delle mie parole sei rimasta in silenzio. Un silenzio che ho assecondato per un po’, quindi ti ho chiesto cosa pensavi, se questa storia ti era piaciuta. 
Tu hai risposto “papi tantissimo!”.
Hai detto tantissimo, con un punto esclamativo, forse due. Mi sono un po’ commosso e ho collegato il tuo entusiasmo alle lacrime senza parole che ho visto sul volto di Agata il giorno in cui le ho letto il primo capitolo. Ho realizzato che quel libro non esiste più soltanto nella mia mente. Esiste.  Esiste per voi, e lo state aspettando. E mi è tornato in mente il mio professore di filosofia al liceo che mi diceva “sei un grandissimo stronzo!” (proprio così), tutte le volte che si accorgeva che dicevo qualcosa di probabilmente intelligente e gli ricordava tutte le altre in cui non mi aveva sentito affatto. Ho pensato al mio amico Giordano, che durante i primi anni di università mi imponeva delle scadenze mensili (le chiamavamo le scadenze), al termine delle quali dovevamo (dovevamo), inviarci dei racconti. E delle volte io ero così in ritardo che mi rifugiavo in quell’ultima mezz’ora prima della mezzanotte e tiravo fuori dal nulla un racconto. Lui lo sapeva e mi chiedeva “l’hai scritto in mezz’ora?”. Io stavo zitto e lui sussurrava “pensa cosa potresti fare in un giorno”.
Ecco, questo per dirti che ti auguro di incontrare qualcuno che non ti lasci fare soltanto quello che sai fare, come lo sai fare. Qualcuno che ti prenda sul serio, anche quando è noto che sei un cazzaro patentato. Qualcuno che ti ascolti, veramente, e ti costringa ad ascoltarti, come fate tu e Agata con me.

Sono però un po’ nei casini. 
Agata mi ha chiesto 50 pagine entro il mio compleanno, che è tra poco più di un mese, e so già che sarà impossibile accontentarla. 
Ma continuo a osservare così attentamente la vita di queste persone che non esistono, eppure esistono. E continuo a tenerle costantemente in mente, come una madre pensa ai figli anche quando non ci pensa. 
E se di tanto in tanto appunto le cose che vedo e sento, se mentre sono al computer tu mi chiedi come va, e mi porti un bicchiere d’acqua oppure una delle caramelle, se magari aumento un pochino l’interlinea e considero la pagina del titolo e la successiva bianca, forse forse potrei. 
Potrei anche farcela.

Promettimi una vita bella

Abbiamo finito di leggere Harry Potter e la Pietra Filosofale. 
L’abbiamo iniziato qualche mese fa e da subito siamo rimasti intrappolati nelle maglie della storia. A puntate, di settimana in settimana, ci siamo inoltrati nel racconto, scoprendoci tristi ogni volta che siamo stati costretti a chiudere il mondo magico del libro per andarcene a dormire. Rimandare alla settimana successiva la lettura è stata spesso una vera tortura. Tuttavia, il racconto ci ha tenuti inchiodati per tante settimane e ci chiamava, come fossimo obbligati a continuare perché Harry, Hermione e Ron potessero portare a conclusione la loro avventura.
Non abbiamo abbandonato il libro nemmeno quando la tua amica di scuola ha provato a spoilerare qualche particolare di questa storia o di quelle che compongono la restante saga. Non lo abbiamo lasciato quando tua madre ti ha regalato il cofanetto dei primi quattro film e tu, combattuta, hai deciso di vedere il primo, e poi lo hai rivisto il giorno dopo e il giorno dopo ancora, mentre ci mancavano forse soltanto tre capitoli per concludere la nostra storia. Sai, ho pensato sarebbe finita lì. Invece sei tornata da me dicendomi “io so delle cose” con un sorrisetto furbo, e hai voluto, preteso, nonostante tutto, continuare a leggere il nostro libro, non tanto perché ti piacesse continuare a galleggiare in quella storia o perché volessi farmi contento, perché eri davvero convinta che leggere avrebbe potuto rivelarti scoperte sensazionali ed emozioni del tutto nuove, comunque nuove. E perché tu sai, sai già che un libro non è solo la storia che racconta.

Allora ti ho proposto di fare come faccio sempre quando sto per finire un romanzo che mi piace tanto. Smetto la lettura al penultimo capitolo e mi lascio il rash finale per un momento nuovo, pulito, lontano da tutto il resto. Così, la sera abbiamo salutato Harry e i suoi amici mentre erano nella stanza della botola e il giorno successivo, subito dopo pranzo, ci siamo sdraiati sul letto e stretti l’uno all’altra ci siamo lasciati riprendere per mano e accompagnare fino alla fine. Mentre leggevo facevo una fatica tremenda per continuare. Mi interrompevo. Fingevo pause inesistenti. Mi schiarivo la voce, per riprendere fiato e sciogliere quel nodo alla gola di emozione e lacrime. Tu eri addosso a me, io usavo la mano sinistra per stringerti, per sentire che eravamo insieme, un libro ci teneva nello stesso posto, sopra lo stesso materasso e in un mondo che è stato di molti ma a me sembrava solo nostro. Noi due, ancorati alla più grande passione che abbiamo in comune.

Qualche anno fa ho letto un libro di Pennac. Parlava di come instillare la passione per le storie nei figli. Avevo poco più di vent’anni, nessunissima idea di avere figli nella vita. Eppure misi mentalmente da parte quelle pagine, promettendomi che il giorno in cui avessi avuto un bambino l’avrei riaperto. Non l’ho mai riletto ma ricordo benissimo il racconto; leggi a tuo figlio, diceva. Leggi finché puoi e un giorno ti strapperà di mano il libro perché non gli basterà più starti ad aspettare e vorrà continuare da solo, per sé, finché ne avrà la forza. Ci ho ripensato ieri, quando ti ho trovata al telefono che rileggevi ad alta voce Piccole donne crescono ad Agata che ti ascoltava rapita. Solo tu, lei, il suono della tua voce sicura e una storia nella quale non vuoi smettere di galleggiare. Ho appoggiato una spalla alla porta e pensato quanto fossi bella e quanto fosse meraviglioso il nostro mondo.

Credo di aver versato più lacrime per i libri che ho letto che per i dolori che realmente ho provato fino a oggi nella vita. Ho amato e odiato tantissimi racconti, molti dei quali, sta tranquilla, ti rifilerò presto. In questi giorni di paura ansia e insicurezza, mi sento come un vecchio al tramonto dei sui giorni che si commuove per molto poco. Piango al telefono con tua nonna, senza rendermene conto, mi muoiono le parole in gola quando le sento dire “non appena potrete ritornare”. Piango con Harry Potter, piango con le notizie alla radio, piango mentre costruiamo un palazzo di 3 piani con i Lego o avvitiamo i pezzi di un Meccano, piango mentre ti guardo metterti il pigiama o quando me ne sto solitario davanti al computer e d’improvviso mi cingi il collo con le braccia. Piango quando ritrovo sulla scrivania il tuo disegno del mare, con i pesci, le alghe, un gabbiano, il sole che affoga nell’acqua. Piango se penso che Agata sta finendo il suo libro e piango pensando al giorno in cui io lo finirò. Piango impastando una pizza, guardando i video della Curva allo stadio, contemplando Testaccio deserta dalla finestra. Dentro tutto questo ci vedo una logica così alta, così forte, così chiara che non posso non piangere e allora piango.

Costruire

Esattamente un anno fa cominciavo a scriverti queste lettere. Sentivo che ogni istante della vita che trascorrevamo insieme e di quella parte di esistenza durante la quale eravamo distanti, aveva una quantità di informazioni che sarebbero andate perse se non le avessi catturate e impresse da qualche parte. Fotografie, fotogrammi o piccole clip del girato dei nostri giorni insieme e lontani. Cominciai allora a scriverti, immaginandoti come interlocutore presente e futuro. Ho sempre provato a essere più onesto che potevo. Mai romanzando, anche quando la tentazione di farci apparire più belli e divertenti e simpatici era forte. Siamo solo io e te, tu e io. E abbiamo riempito quaranta lettere in un anno: dodici mesi, cinquantaquattro settimane, trecentosessantasei giorni, ottomilasettecentoottantaquattro ore della nostra vita.

Sai, avevo ragione. In queste lettere sono rimasti appiccicati un sacco di ricordi che avremmo perso. Alcuni, immagino, li avrei persi solo io. Altri tu. Altri ancora entrambi. Sono invece qui dentro. A distanza di un solo anno, li ho ritrovati già, sfogliando queste lettere sin dall’inizio e ho provato quella sensazione che si prova quando ritrovi una foto del passato, la guardi e rivedi quella maglietta che indossavi e improvvisamente ti ricordi quanto le eri affezionato, quando o come l’avevi avuta, alcuni dei giorni nei quali l’avevi addosso. Ho un ricordo così. Di una maglietta blu elettrico dell’Energie che avevo durante il primo o secondo anno del liceo. Blu, con delle righe rosse che percorrevano perpendicolari le spalle e la E che aveva la forma di una freccia sul petto. Tamarrissima, diremmo oggi. Eppure mi ci sentivo un figo. La mettevo negli ultimi giorni di scuola. Elasticizzata e aderente (allora potevo permettermelo), sopra ai miei pantaloni strappati alle ginocchia e con i capelli a spazzola ingellati, mi sentivo gli occhi delle ragazzine della mia classe addosso e stavo bene.

Siamo stati bene allo stesso modo in molte delle storielle che ho raccontato finora. In alcune appariamo davvero buffi. Mi commuove un po’ leggere a ritroso le cose che ci sono successe nell’ultimo anno e sorrido quando sembriamo una coppia consumata del cinema che fa gag esilaranti. Se fossimo ad un pranzo di un matrimonio e questo fosse il mio discorso agli sposi, direi una di quelle frasi che si sentono sempre in questi casi: “quante ne abbiamo passate insieme!”. Belle ma anche brutte. Qui dentro, infatti, ci sono anche tante lacrime che insieme e separati abbiamo versato.
Quando sarai grande e le leggerai, ci ritroverai dentro i miei tentativi goffi di farti imparare a riconoscere Bruce Springsteen, la passione per Guccini, i disegni belli e quelli che abbiamo rovinato, le delusioni che ti hanno rifilato alcune tue amiche, alcuni dei giochi che facevamo, le passeggiate per Roma, la paura del virus, il rapporto con tua madre, molti dei ricordi del mio passato (alcuni dei quali affioravano proprio mentre ti scrivevo), la nascita di un nuovo amore, gli attimi belli e emozionanti del vostro primo incontro, i nostri tic, i film, le canzoni, la montagna, le favole, i giocattoli, le macchine fotografiche e la fotografia, i libri, i compiti, la scuola, gli amici, i desideri, il futuro e il passato (quello bellissimo e quello tristissimo), i dolci, le seratine speciali e i toast a colazione, le matite colorate e i pennarelli, le punte spezzate, la nostra numerosa famiglia, i viaggi, la nostra casa, le paure e le speranze, Roma e la Roma, le risate, i sorrisi e le lacrime, le domande, i racconti, le ninnenanna, la mia passione per le liste, l’amore, tutto il nostro amore.

Quando avevo più o meno la metà degli anni che ho oggi, scrivevo già racconti. Quando li finivo, li firmavo con le miei iniziali e appuntavo il giorno e l’ora esatta con la scritta “per chi dovesse viaggiare nel tempo”. In quell’appunto, c’era la possibilità per il me del futuro che avrebbe ritrovato quei racconti molti anni dopo, di sapere con esattezza l’attimo irripetibile che li aveva partoriti e, soprattutto, la consapevolezza che in quell’attimo c’era un pensiero per lui, una specie di saluto dal passato.

Sono le 8 e cinquantasette minuti del 3 aprile 2020. Sono nella mia stanza e ti sto scrivendo la quarantesima lettera di una serie iniziata un anno fa. Ciao, figlia del futuro. 

Favole al telefono

C’è una cosa che non ti ho mai raccontato. È una cosa di cui non so se vergognarmi. Durante il mio ultimo periodo a casa con voi ero così confuso da non sapere cosa sarebbe successo nell’intervallo di pochi minuti. Vivevo una vita sospesa, come in attesa che accadesse qualcosa o che qualcun altro potesse decidere per me la cosa giusta da fare.
Non te lo ricorderai perché eri troppo piccola o forse un giorno, sorprendendomi per l’ennesima volta, mi racconterai di come hai vissuto quei giorni terribili.
Durante quelle sere, ti mettevo sempre io a letto. Tu sceglievi meticolosamente un libro dalla libreria e io mi sedevo sulla poltrona e cominciavo a leggere.

Ecco, la cosa che volevo raccontarti è questa. In quelle sere prima di dormire io registravo la mia voce che leggeva le tue storie preferite. Non so esattamente per quale ragione. Certo non avrei immaginato che un giorno quelle registrazioni mi avrebbero fatto compagnia.
Nel tempo questa cosa era finita chissà dove nei ricordi e l’avevo quasi rimossa. Me ne sono ricordato improvvisamente qualche giorno fa.
Stavo facendo un trekking sui Lucretili e mentre percorrevo gli ultimi 2 chilometri verso la vetta del Monte Gennaro, nel folto di un tratto di foresta, mi è venuta improvvisamente in mente.
Ho percorso l’ultimo pezzo arrancando un po’ e accusando un dolore lato alla gamba sinistra ma sono arrivato in cima senza troppa fatica.
In vetta non c’era nessuno. Mi sono arrampicato sul cubo di sassi e cemento che sorregge la croce di ferro e seduto sul ciglio. C’era vento e anche se faceva caldo si stava bene. Con le gambe penzoloni e l’orizzonte sterminato tutto intorno, ho rovistato nello zaino per trovare il telefono. Mi sono ficcato le cuffie nelle orecchie e, scalando una selva di messaggi vocali mai inviati, ho finalmente trovato i file che cercavo e premuto play su “Zeb”.

La storia è incentrata su una piccola zebra che va al campo estivo per la prima volta nella sua vita. È sconsolata e triste perché dovrà lasciare i suoi genitori e teme di non farcela a stargli lontano per così tanto tempo. La mamma e il papà hanno allora l’idea di imprimere i loro baci sui dei foglietti che arrotolano come caramelle e ficcano dentro una scatola. Così, ogni volta che Zeb sarà triste, potrà tirare fuori dalla scatola un bacio-caramella e sentirsi meno lontano da casa. La cosa funziona a tal punto che durante la prima notte di viaggio, non solo Zeb ma l’intera compagnia di zebre usa i baci-caramella per consolarsi e sopravvivere alla malinconia.
La mia voce nelle cuffie legge l’ultima frase del libro e poi ti dice “Adesso si dorme” e la tua risponde “ma è già finita? Era troppo corta”, poi la registrazione si interrompe.

Mi sfilo le cuffie dalle orecchie. Il vento mi soffia in faccia ricordi e tristezza. Chissà a chi apparteneva la voce che leggeva quella favola, chissà che pensieri si portava dietro. Pur avendo quasi dimenticato quella favola, devo aver interiorizzato a tal punto i suoi precetti da farli miei. Non so nemmeno dire quante volte in questi due anni ti ho sentita dire “papà quando sono con te mi manca mamma e quando sono con lei mi manchi tu”. Una domanda alla quale rispondo sempre allo stesso modo: anche tu mi manchi tesoro, ma nei pensieri di mamma e papà tu ci sei sempre, anche quando non siamo con te. Esattamente come noi siamo sempre nei tuoi, non lo scordare mai. 

Stairway to heaven

Oggi ti ho costretta a fare una passeggiata in centro. Quando c’è di mezzo il verbo camminare è d’obbligo anche quello costringere. Perché sei pigra e fai risultare muoversi per qualche centinaia di metri un’impresa degna di un maratoneta. 

Ciò che in assoluto invece ti piace di più è lamentarti. Lamentarti del caldo, del freddo, della fame, della sete, del traffico, del rumore, della difficoltà di trovare parcheggio a Roma e, appunto, delle distanze incolmabili che separano i nostri intenti dagli obiettivi che ci proponiamo. Ultimamente hai inoltre una grande passione per i numeri e vorresti che ti raccontassi con estrema precisione quanti sampietrini scorrono sotto le suole delle nostre scarpe, quant’acqua contiene il Tevere, quante macchine ci sono, gli abitanti di Roma (sì ma tutti tutti, non solo quelli che ci sono oggi, quelli dalla fondazione in poi). Così, da quando ti ho fatto vedere un’app che ho sul mio telefono e che conta con “esattezza” quanti passi faccio ogni giorno, ti si è aperto un mondo. Adesso quando camminiamo, ogni trenta metri mi chiedi “papà puoi controllare quanti passi abbiamo fatto?” e lo chiedi con tale cadenza, che solitamente io prendo il telefono in mano, guardo l’ora sul bloccaschermo e ti rispondo cifre a casaccio, causando quello spiacevole disguido dell’essere preso in castagna ogni volta che pronuncio per errore un numero inferiore ad uno di quelli che ti avevo detto una delle volte precedenti.

L’obiettivo della giornata era raggiungere il Lego Store a via Tomacelli per comprare un portachiavi da regalare a tua madre che oggi aveva il rogito della sua nuova casa. Il problema a monte – ovviamente – è stato trovare un buco dove ficcare la macchina ma tu, per fortuna, ti sei addormentata e così ho potuto trascorrere in tranquillità i 40 minuti che mi ci sono voluti per trovare un parcheggio a 1 chilometro e centro metri (milleecento metri, centodiecimila in centimetri) dal negozio. Una volta lì, mi è sembrato quasi un sogno poter scegliere in 5 minuti due portachiavi (uno per tua madre e uno per te che non hai un mazzo di chiavi ma hai assolutamente bisogno di un portachiavi) e dedicarci poi alla perlustrazione dello store. Ecco, io non te l’ho detto perché devo avertelo detto così tante volte che ho dato per scontato mi avresti risposto “papà già lo so”, ma i Lego sono i miei giochi preferiti, da sempre. Non credo però i miei genitori mi abbiano mai concesso da piccolo il lusso di avere un mio set, anche minimo. Così sono cresciuto pensando ai mattoncini del Lego come un islandese può pensare alle giornate di sole. È stato per questo che quando tu ti sei fermata davanti al tavolo da gioco e hai cominciato a costruire una casa afferrando alla rinfusa i mattoncini dalla vasca enorme che avevi davanti, in quel suono inconfondibile di Lego smossi, il mio cuore ha pulsato come fosse passata Scarlett Johansson e mi avesse fatto l’occhiolino. Mi sono inginocchiato accanto a te e ho cominciato ad aiutarti, bacchettandoti di tanto in tanto quando incastravi un pezzo da 4 sopra una fila da 8. Poi mi è venuto in mente che se fossimo arrivati a casa tardi, sarei stato costretto a rifilarti per cena i bastoncini di pesce. Così mi sono fatto violenza e ti ho detto un paio di volte, senza troppa convinzione, “amore dobbiamo andare”. Tu ovviamente hai fatto finta di non sentirmi ma la bambina stronza che avevi accanto e voleva prendere il tuo posto mi ha invece sentito benissimo e senza dare troppo nell’occhio ha fatto il giro largo, si è avvicinata a me e mi ha detto “voi state andando via?” e io che non avevo colto il nesso causa/effetto ho risposto, senza capire, “sì, dovremmo”. Quella allora si è abilmente ficcata tra noi due e ha cominciato ad aggiungere pezzi a cazzo alla nostra casa che ormai era diventata già la sua casa. Tu mi hai guardato con una faccia come a dire “e questa che vuole?” e io mi sono ritrovato nell’ennesima situazione in cui i figli degli altri si comportano come io non vorrei mai tu ti comportassi e però non so come prenderli perché pare sempre questi bambini siano orfani che girano per il mondo in totale autonomia.

Ho detto allora quello che non avresti voluto sentire, ovvero “tanto, amore, dovevamo andare via” e tu hai detto “va bene” e hai abbassato lo sguardo, dicendomi la frase che io non avrei voluto sentir dire: “papà ma noi non abbiamo mai abbastanza pezzi per costruire una casa grande”. Ora, io so bene che il concetto di grande è quanto di più lontano sia dal quantificabile in termini di mattoncini eppure in quel momento ho sentito una fitta al cuore e, sebbene la tasca del mio portafoglio abbia premuto contro il mio petto per ricordarmi che questo mese ho già abbondantemente finito il mio stipendio e all’arrivo di quello nuovo manca ancora qualche giorno, non ho resistito e, ricordando quanto difficile sia stata la mia infanzia a causa dell’assenza di una quantità adeguata di Lego, ho solo sussurrato “eh, hai ragione”. Siamo allora andati entrambi dal commesso che avevamo più vicino e tu mi hai sentito dirgli la frase che ti ha fatto illuminare gli occhi. Gli ho detto “qual è la scatola più grande di mattoncini misti che avete?”.

Tornando alla macchina siamo passati davanti alla teca di Meier. C’era un gruppo rock che stava suonando all’aperto. Ci siamo seduti sugli scalini, proprio al centro della platea, poggiando davanti ai nostri piedi la scatola con la scritta “900 pezzi”. Ti ho indicato le due chitarre elettriche, la batteria e il basso e fatto indovinare il suono di ognuno. Mi hai ascoltato con molto interesse. Poi il cantante ha detto che avrebbero suonato un ultimo pezzo e ho riconosciuto immediatamente le note di Stairway to heaven. Ti ho detto che è una canzone di un gruppo che si chiamava Led Zeppelin e aggiunto che è la più bella canzone che sia mai stata scritta. Devi aver pensato che ti ho detto la stessa cosa per almeno altre venti canzoni che ho voluto ascoltassi e poi mi hai chiesto se potevamo andare a sentirli suonare dal vivo una volta. Ti ho risposto che non suonano più da un pezzo e tu mi hai chiesto “sono morti?” probabilmente pensando che tutta la gente che di solito ti faccio ascoltare è morta. Ti ho allora rassicurato che Plant, Page, Jones godono di ottima salute ma hanno smesso di suonare dopo la morte di John Bohnam, il batterista. Tu mi hai detto che è un gran peccato e io ho pensato che in macchina, al ritorno, ti avrei fatto ascoltare i Led Zeppelin. Hai poggiato la tua testa sulla mia gamba, io ti ho accarezzato i capelli e pensato quanto sia straordinario e unico avere qualcuno che ama ciò che sei e racconti e potergli regalare ogni giorno un pezzetto di te.

Aloe Aloe

Hai cominciato a parlare tardi. Così tardi che io e tua madre eravamo preoccupati al punto da chiederci se non fosse il caso di farti vedere da uno specialista. Non avevamo invece capito che avresti cominciato a parlare soltanto quando ti saresti sentita completamente pronta, come d’altronde hai fatto con tutto il resto delle cose da imparare: camminare, andare sui pattini, in bicicletta o più tardi leggere e scrivere.

Nel frattempo, osservavi avidamente. Con una curiosità che metti in tutto ciò che fai.

Quando eri piccola piccola, per esempio, ti piaceva passare intere ore seduta sulle mie gambe. Mi portavi un libro con gli animali e volevi che ti elencassi i nomi di ognuno di loro. Tu sfogliavi il libro e per ogni pagina all’animale precedente se ne aggiungeva uno nuovo. Tu poggiavi il tuo dito cicciotto  sull’animale, io dovevo enunciarne il nome. Elefante, canguro, rana, giraffa, castoro, rinoceronte, asino, maiale, coniglio, zebra. E a mano a mano che ci avvicinavamo alla fine del libro gli animali erano diventati tantissimi e si erano messi in fila per salire sul dorso di una balena per andare a fare un salto mortale in mezzo al mare. Il gioco poteva andare avanti per ore e io ogni volta provavo ad arricchirlo di particolari nuovi, per non annoiarti. Davo voci agli animali, li facevo dialogare tra di loro ma a te ciò che davvero interessava era ascoltare i loro nomi. 

Soltanto più tardi ho capito che stavi imparando la geografia della fauna mondiale, in silenzio, senza scalpore, quasi di nascosto. È stato così che un giorno a casa dei tuoi nonni, davanti alla tv accesa su un documentario, ti ho visto indicare la schermo e pronunciare perfettamente la parola elefante. Da un giorno all’altro hai cominciato a parlare e sembravi un libro stampato, perché sapevi pronunciare ogni parola senza imperfezioni: le erre erano erre e tutte le altre lettere non subivano alcuna perdita infantile. Non solo, improvvisamente mi resi conto che conoscevi una quantità impressionante di animali: della savana, della giungla, della fattoria. 

Ma accanto alle parole che avevi imparato ascoltandole e forse ripetendotele dentro, ne avevi inventate altre il cui significato hai conosciuto sempre solo tu. Erano parole curiose che io e tua madre provavamo ad accostare ad azioni, cose, sentimenti ma non c’era verso, perché quelle parole costituivano un linguaggio segreto di cui solo tu possedevi il codice per decodificarle.

Una di queste sembrava una formula magica che recitava più o meno così: a bedda dedda. Sembrava quasi siciliano ma non era in alcun modo collegabile a qualcosa di specifico. Decidevi tu quando pronunciarla e per cosa, mentre noi sfuggivamo puntualmente alla sua collocazione spazio/temporale. Ma era bello chiudere o aprire un discorso con questa espressione, quasi a suggellare la dimensione magica di tutto ciò che veniva prima o dopo. L’altra formula che adoravi ripetere era Aloe Aloe che poteva essere usata in alternativa o insieme ad a bedda dedda. E se ti chiedevamo “amore cosa significa a bedda dedda?” non c’era niente di più facile che tu rispondessi “aloe aloe”.

E adesso, a distanza di qualche anno che non ti sento più pronunciare nessuna delle due formule, mi sono ritornate in mente e ti ho chiesto se le ricordavi. Mi hai detto di no e ti sei messa a ridere schermendoti un po’ e lasciandomi l’impressione che non volessi ancora oggi rivelarmene il significato. Allora ci ho riflettuto un po’ e mi è venuto in mente che sarebbe bello poter usare espressioni il cui significato conosciamo solo noi e che contengano in loro il potere di dare una forma, una dimensione, a tutto ciò che non capiamo bene o ci fa male. 

È stato così mi sono concentrato più forte che potevo e ho provato a racchiudere nella sintassi sconosciuta delle tue due espressioni ciò che sentivo. Ho chiuso gli occhi, fatto un bel respiro e pronunciato ad alta voce: A bedda dedda, aloe aloe! E non so perché, ma mi sono sentito improvvisamente meglio.