Facciamo finta

Facciamo finta di avere una villa col giardino, le querce con l’altalena, il prato inglese sempre perfetto e la casetta sull’albero. Non una casa sull’albero qualunque. Ma di quelle bellissime di legno, col tetto, una scala a chiocciola per raggiungerla, magari anche due ambienti. La casa delle Chipettes. In questo giardino facciamo ci sono anche due amache, un barbecue, una sedia a dondolo sulla quale io fumo la pipa nelle sere di primavera. Naturalmente la pipa non fa male, il fumo non puzza e facciamo pure che nel frattempo sono diventato bravo a riempirne il camino e riesco a non farla spegnere ogni tre minuti. Facciamo che non ci sono più compiti da fare e che io non ti dico più “che palle anche questo weekend hai compiti da fare… possiamo non farli?” e tu non sei costretta a rispondermi “sì, papi. Dobbiamo.” Facciamo che è primavera tutto l’anno, non fa né caldo né freddo, si sta bene ma ogni tanto, quando ci va, fa freddissimo fuori, piove, il rumore della pioggia risuona dentro la stanza e che, a prescindere dal piano in cui siamo, sentiamo il ticchettio del temporale sul tetto sopra la nostra testa, come se fossimo in una mansarda. Le stanze sono piene di petricore fortissimo, come fossimo in un bosco, e improvvisamente ci ficchiamo sotto il piumone invernale per provare quella meravigliosa sensazione di abbraccio delle coperte. Sui nostri comodini appaiono gli hamburger (va bene, per te un hot-dog) e le patatine e la panna cotta al caramello e sulla parete viene proiettato un film ma non abbiamo passato quaranta minuti a sceglierlo, no. Il proiettore si è acceso e ha scelto esattamente il film che volevamo vedere, quello che io per me e tu per te avevamo in cuore di voler vedere.
Facciamo che abbiamo un garage. Io premo il tasto per aprire la saracinesca e dentro c’è una moto. È una Bonneville. È verde petrolio, ha le marmitte cromate ed è lucidissima. E anche se non potrebbe mai essere così, facciamo che abbiamo anche un sidecar che possiamo attaccare e staccare dalla mia Bonneville tutte le volte che vogliamo. Ora lo agganciamo. Ci mettiamo entrambi il casco e gli occhialoni da pilota d’aereo che ci fanno le facce buffe, come giapponesi della seconda guerra mondiale. Come Tozzifan direi io sorridendo ma tu per sorridere dovrai aspettare ancora un po’. Sulla nostra moto col sidecar raggiungiamo una collina. È verde, verdissima. È piena primavera, ci sono i fiori e sembra di stare a Castelluccio di Norcia durante la fioritura della lavanda ma non nella realtà, no. In quelle foto che trovi su google, quelle photoshoppate. In mezzo a questa radura facciamo che c’è una mongolfiera. È ancora a terra ma ha il pallone già gonfio. Io e te ci saliamo sopra e io levo l’ancora che la tiene ferma a terra. Lentamente la mongolfiera sale e noi ci affacciamo per ammirare il paesaggio. Passiamo sopra San Gimignano, sfioriamo il campanile della Collegiata, e poi facciamo lo slalom tra la torre degli Ardinghelli, quella dei Becci, dei Capatelli, dei Chigi e poi tutte le altre in ordine alfabetico. Poi ti aggrappi alla leva del fuoco che nessuno dei due sa come chiamare. Una vampata fa salire improvvisamente il pallone tra le nuvole per poi riabbassarsi lentamente, come planando. Siamo a Machu Picchu, vedi. E non c’è nessuno. Ma nessuno nessuno. Solo io e te e il nostro pallone areostatico. Sorvoliamo la città abbandonata e tu hai la tua Coolpix, io la mia Pen-f e lì, dalla nostra posizione privilegiata, scattiamo delle foto meravigliose, senza intrusi, senza turisti, senza fretta. Tu però hai voglia di andare dai nonni e va bene, ti dico. Così stavolta tiro io la leva. Stesso movimento, su su su, poi giù giù giù. E ora siamo sulla piazza del paese. Io vorrei rimanere lì in alto, continuare a osservare il luogo nel quale sono cresciuto senza esser visto, ma tu vuoi scendere e allora atterriamo sul tetto della casa dei nonni. Ci caliamo dalla grondaia e arriviamo sul balcone. Tua nonna ha già apparecchiato, è ora di pranzo e sulla tavola fumano le lasagne e il camino è acceso e incredibilmente c’è tutta la famiglia. Mangiamo tutto quello che ci va, poi io bevo la sambuca e tu svuoti una vaschetta di gelato con 3 etti di panna montana sopra.  Salutiamo tutti ma senza tristezza. “Ciao nonna, ciao zii, ciao cugine”. Risaliamo per la grondaia, riprendiamo la mongolfiera e finalmente torniamo a casa e stanchi stanchi ce ne andiamo a dormire almeno 12 ore. Non prima però di aver salutato e dato da mangiare a Gagarin, il mio bulldog inglese, e Lilli e Sally, i tuoi due pony che ci aspettano in giardino.

Possiamo fare questo e possiamo fare un milione di altre cose. Tante le faremo, moltissime altre rimarranno solo nei nostri sogni. Intanto però vengo a prenderti a scuola. Tu te ne stai seduta sul tuo seggiolino e guardi trasognante fuori dal finestrino. Ti chiedo, guardandoti nello specchietto retrovisore, a che pensi. Mi rispondi che riflettevi su Miracolo sulla 34esima strada che hai rivisto per la ventesima volta la sera prima. Mi racconti che hai capito una cosa – dici proprio così – che Susan ha tutto il diritto di chiedere un papà e un fratellino ma proprio non riesci a capacitarti di come possa chiedere a Babbo Natale una casa nuova. Lei una casa ce l’ha già. Perché mai desiderare qualcosa che già ha? Non ti pare giusto e, a pensarci bene, non pare giusto nemmeno a me desiderare tutto quello che già ho.

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