Trenta

L’acqua evapora a qualunque temperatura maggiore dello zero, me lo ha detto Agata. “Come si asciugherebbero altrimenti le strade quando piove?”, mi ha chiesto. Io sono rimasto come Galileo davanti alla luna.
Ho sempre pensato che l’acqua evaporasse solo a cento gradi e che in condizioni normali semplicemente si spostasse. Quando ti asciugo i capelli, l’acqua scivola lungo le ciocche fino a cadere giù. Quando stendo i vestiti, la gravità spinge l’acqua verso il basso, fino a lasciarli asciutti. Le strade sono sempre e solo state asciugate, dopo un temporale, dalle gomme delle automobili che trasportano l’acqua chissà dove. 
Eppure, dove finisce l’acqua dei tuoi capelli o quella del bucato steso sullo stendino? Non ci avevo mai pensato. 
Mi sento come la Pimpa. Agata deve allora essere Armandone. Io imparo da lei. Tu impari da me, di riflesso quindi da lei. 

L’altro giorno ho conosciuto Ahmed per merito suo. Lei non c’era ma c’era. Lui stava confezionando un mazzo di tulipani, rose e girasoli. Io gli ho chiesto il suo nome. Mai fatto una cosa così in tutta la mia vita. Magari avrei scrollato Instagram, letto il sito di Repubblica, risposto ai messaggi accumulati su whatsapp, mentre lui faceva in silenzio il suo lavoro. Gli ho chiesto invece il suo nome, come avrebbe certamente fatto Agata, ridendo della sua risata allegra e spensierata. 
All’inizio mi faceva ridere e soffrire. Soffrivo come si soffrono le cose che non conosciamo. Due anni e mezzo che vivo in questo quartiere e mai detto più di “buongiorno” entrando nel bar sotto casa. Un giorno andiamo a prendere la macchina e la sento urlare “Ciao Giulio!” mentre stavamo soltanto passando lì fuori. Il mondo è così per lei: pieno di storie da scoprire. Vorrei fosse un po’ così anche per te.

Tu ancora non sai chi è Agata. Ma è stupido pensare che sia realmente così. Sai, ho capito che hai capito. L’ho visto chiaramente nei tuoi occhi l’altra sera. Hai trovato una fetta di torta ricotta e cioccolato nel frigo. Mi hai chiesto “chi l’ha fatta?”, col boccone in bocca. Ho risposto “Agata”, affrettandomi ad aggiungere “una mia amica”. Tu hai fatto una faccia furba che pareva dire “sì, papi, so bene chi è Agata”.

Ora penso che l’acqua caduta sul pavimento, se non l’asciugassi con lo straccio, domani non ci sarebbe comunque più. Deve essere un po’ come questo stupido imbarazzo che provo nell’incontrare quello sguardo e che mi fa nascondere la testa nel frigo. Domani non ci sarà più, ma tu sai già anche questo.  

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