Sui fallimenti e i successi – parte seconda

Sin da quando avevi pochi giorni di vita, ti sei addormentata al suono delle mie canzoni. Dopo alcuni tentativi, la scelta è caduta e rimasta su La Locomotiva che è diventata la mia ninna nanna per te.
Non saprei davvero quantificare in sette anni quante volte te l’ho cantata. Milioni probabilmente. E funzionava e non ha mai fallito. Persino oggi, che non hai più bisogno di ninne nanne per addormentarti, quando ti vedo un po’ triste o distratta, poco propensa a prender sonno, o preoccupata per qualcosa, mi basta accennare Non so che viso avesse e neppure come si chiamava, perché tu immediatamente resetti i pensieri e rientri in una dimensione di ascolto e quiete.
È quindi abbastanza normale che per te Francesco Guccini è stato da sempre come uno di famiglia. Negli anni è stato il signore con la barba, “quello che canta la mia ninna nanna”, il cantante preferito di papà, per poi diventare da un certo punto in poi Francesco Guccini e basta.

Per questo, quando qualche giorno fa ti ho detto “sono andato a trovare Guccini”, tu non hai fatto la faccia basita e sconvolta che hanno fatto le altre persone alle quali ho raccontato questa impresa senza senso. Semplicemente perché devi aver pensato la stessa cosa che avresti pensato se ti avessi detto “sono andato a trovare i nonni”. Io però volevo raccontartelo perché tenevo a condividere con te una delle amarezze più profonde della mia vita, anche per dimostrarti che purtroppo le delusioni esistono. Eccome se esistono.
Tu mi hai chiesto “ma quando ci sei andato e con chi?”. Io ti ho detto i nomi dei miei due amici che mi avevano accompagnato e tu hai aggiunto “e io dov’ero?”, come a dire “e perché mai non mi hai portato con voi!?”. In fine, mi hai chiesto perché ci sono andato. Io ti ho detto “Hai presente il disco de La Locomotiva? Volevo che me lo firmasse e lo dedicasse a noi due”.

Siamo partiti un giovedì mattina molto presto. Roma-Pavana fanno quasi 400 chilometri. Arrivati lì, ci siamo fermati nell’unico bar del paese, abbiamo preso un caffè con estrema disinvoltura e quando io mi sono schiarito la voce, il barista ha alzato un braccio e indicato una casa bianca in fondo alla discesa, a dimostrare che caffè come quelli ne aveva serviti migliaia in tutta la sua carriera. Finita la discesa, abbiamo varcato un cancello verde, poi percorso un vialetto in ciottoli e arrivati davanti ad un portone che io ho riconosciuto immediatamente come quello che avevo visto in molte foto su internet. Il portone era aperto. Io mi sono affacciato dentro e con la voce tremante ho detto “Maestro!”. È arrivata subito dopo una donna. Ci ha sorriso educatamente e si è detta molto dispiaciuta perché il Maestro era fuori casa e sarebbe tornato solo il giorno dopo. Io ho ringraziato e le ho lasciato la bottiglia di Mater Matuta che avevo portato da Roma e rivolgendomi ai miei amici ho solo detto “andiamo”. Alla fine del vialetto, i miei amici mi hanno dato entrambi una pacca sulla spalla e uno dei due ha sussurrato “certo la bottiglia potevamo tenercela”. Io ho capito quanto fossero delusi pure loro, anche se ufficialmente erano lì solo per accompagnarmi in questa impresa di cui mi avevano sentito parlare da almeno vent’anni. 

A distanza di due settimane ci abbiamo provato di nuovo. A parte il bar, la scena d’esordio è stata più o meno identica, con la differenza che stavolta la stessa donna ci ha detto che sì, il maestro era in casa ma non voleva essere disturbato perché stava lavorando con il suo editor al suo nuovo libro. Mentre ci diceva questo noi eravamo nel cortile all’aperto, senza ombrello, e stava diluviando. Io ho detto “ma noi eravamo già venuti due settimane fa”. Come se questo ci desse qualche credito in più. Lei allora ci ha indicato un punto al piano terra della casa, riferendoci che al di là della finestra avremmo visto il Maestro. Ci siamo avvicinati in punta di piedi, lo abbiamo visto seduto su una sedia mentre stava lavorando con un’altra persona. Io ho bussato al vetro, lui ha alzato lo sguardo, sorriso e fatto ciao con la mano. Dopodiché ha ripreso come nulla fosse a fare quello che stava facendo. Tuo padre è rimasto qualche secondo a guardare dentro, immobile davanti ad una finestra, con la pioggia che gli bagnava il giubbotto e un disco stretto sotto al braccio. Poi gli altri due lo hanno tirato via.

Ti racconto tutto questo mentre la radio della macchina suona un pezzo di Guccini. Tu ascolti molto avidamente e alla fine mi chiedi, come fai sempre, “e poi?”, pensando ci sia un seguito. In realtà, ti dico, non c’è un poi. Nel senso che ce ne siamo tornati a Roma e i miei amici mi hanno giurato che non ripeteranno una terza volta l’impresa. Ti spiego che sono molto deluso e che davvero non sono certo di volerla ripetere nemmeno io. Provo ad imbarcarmi in una lettura sulla capacità di saper dire basta e accontentarsi ma tu mi fermi subito e mi dai una lezione che non dimenticherò mai. Mi dici, con un tono che ti fa sembrare molto più grande, intanto che tu ci tieni ad avere quel disco firmato e che – precisi – ci scriva chiaramente che è per entrambi. Poi che non si fa tutta quella strada per niente e che, dici quasi urlando, la prossima volta dovrò dire alla signora della porta che se il Maestro non c’è, quanto meno mi dia il suo numero di telefono, così potrò chiamarlo e mettermi d’accordo direttamente con lui per non tornare a vuoto. In fine, se dovesse avere ancora da lavorare, dovrò bussare più forte alla finestra e urlare “hey! Io ho fatto tanta strada apposta per te! Apri!”.

La morale stavolta non devo raccontarla io a te. È così evidente.

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